Sant’Antonio di Padova

di Francesca Pannuti

santantDuecentomila furono i pellegrini che si affollarono a Padova nei pochi giorni (dal 15 al 20 febbraio 2010) in cui le Spoglie mortali di sant’Antonio furono esposte, nella Basilica del Santo, alla pubblica venerazione, in occasione del loro trasferimento nella cappella dell’Arca, di recente restaurata. Il Santo dei miracoli non cessa di stupire ancora oggi. Altro motivo di meraviglia è, senz’altro, che il nome di tale santo sia tuttora conosciuto e venerato in quasi tutto il mondo. Quello che più colpisce, però, è che la sua predicazione, sicuramente meno nota dei suoi miracoli, proponeva dei contenuti che oggi ci sorprenderebbero per la loro serietà e originalità, severità e gioiosità, correttezza e luminosità, verità e bellezza, franchezza tale da colpire qualunque categoria di peccatori, anche ecclesiastici, e profondo senso della misericordia. E nonostante ciò era tale la quantità di persone che accorreva ad ascoltarlo, che sant’Antonio era costretto a parlare nelle piazze, perché le Chiese non erano in grado di accogliere la massa dei fedeli.

Conosciamo il contenuto della sua predicazione dalle fonti biografiche e dai suoi scritti, i Sermones. Tale opera, però, pur avendo come struttura esterna quella tipica del sermone o predica, tuttavia ha come suoi destinatari i frati e così racchiude in sé la natura di opera teologica e di aiuto alla predicazione. Non dimentichiamo, infatti, che al nostro Santo è attribuita l’apertura della prima scuola teologica a Bologna, alle Pugliole. In tutti i modi, i Sermones sono ricchi di una dottrina solidissima contenente un deciso appello alla santità, rivolto a tutti ed esposto in modo tutt’altro che sistematico, bensì affascinante ed insieme incisivo. Il richiamo alla virtù è fermissimo, la denuncia del peccato contiene una severità per noi inaspettata. Eppure le folle lo seguivano, le conversioni si moltiplicavano.

In tale opera vengono affrontati tantissimi temi, quali i vari tipi di vizi, di peccati, di peccatori, la povertà, la misericordia, la Madonna e svariati altri, in modo originalissimo per la nostra sensibilità. Però il tema sicuramente più ricorrente è quello della Penitenza e dei suoi vari aspetti. Tale termine, in sant’Antonio, spesso è riferito al sacramento della Confessione, talvolta alla soddisfazione in particolare, talaltra al cammino penitenziale del cristiano, in generale. Essa si sviluppa in varie fasi rappresentate dalle “sei brocche”, di cui si parla nel miracolo compiuto da Cristo a Cana: la contrizione, la confessione, la soddisfazione, la quale, a sua volta, si esplica mediante l’orazione, il digiuno e l’elemosina. L’evento del miracolo, che si ripete nell’anima penitente, porterà via le lacrime da ogni volto per condurre al gaudio celeste, rappresentato dal “vino”; in particolare, trasformerà il dolore della contrizione nella gioia del cuore, la confessione nella lode divina, la fatica della preghiera nella contemplazione della Trinità e Unità di Dio, il digiuno nella letizia della vendemmia purificata dalla feccia, la duplice elemosina, costituita dall’elargizione del beneficio temporale e del perdono, nella gioia della glorificazione del corpo e dell’anima.

Come si può notare, la rigorosa dottrina su tale sacramento viene comunemente presentata utilizzando le splendide immagini presenti in modo sovrabbondante nella sacra Scrittura ed interpretate nel solco della ricchissima tradizione patristica che sant’Antonio conosceva bene.

Così, dunque, il Santo ci guida per la via della salvezza, passo dopo passo. Il penitente, infatti, è invitato subito ad aggrapparsi alla “seconda tavola del naufragio”, il sacramento della penitenza, dopo aver volto lo sguardo a Cristo crocifisso per contemplare l’immenso dolore con cui Egli ha partorito la Chiesa. Qui comprende anche l’altezza della nostra dignità e quanto mortali furono le ferite del peccato, che nessuna medicina avrebbe potuto guarire tranne il sangue del Figlio di Dio. La fede e la grazia, paragonata al “sole” che illumina la “terra” della nostra anima, sono, pertanto, i presupposti indispensabili della vera contrizione, la quale deve essere un’immersione dolorosa nelle piaghe di Cristo per contemplare il prezzo pagato per il peccato. Così il nostro cuore viene tritato (“tritum”), cioè spezzato col martello della contrizione e diviso in molte parti, tante quanti sono i peccati mortali; esso deve essere anche con-trito (“contritum”), cioè “tritato insieme”, in modo generale per tutti i peccati commessi. Al dolore si unisce anche la profonda consapevolezza della misericordia di Dio, la speranza di ricevere una vita nuova e di risorgere nella Beatitudine eterna. In tal modo, la gioia e la riconoscenza accompagnano sempre la vita del penitente. Cristo infatti dice: «Non temete, perché i deserti hanno prodotto splendidi germogli. […] Germogli splendidi del deserto, dunque, sono gli uomini di penitenza, che germogliano nella contrizione. Come, infatti, il germoglio è inizio del fiore, così essi iniziano sempre e si rinnovano di giorno in giorno. Non temete, […], perché, come quelli, anche voi sarete splendidi»  (Cfr. Gl 2, 22, SANT’ANTONIO, Sermones, II, Domenica XXIII dopo Pentecoste, n. 2).

L’amore, la speranza, il desiderio dei beni eterni, quindi, sono disposizioni necessarie alla contrizione, nella quale il penitente dovrà manifestare profondo timore, umiltà e senso della giustizia; in essa, infatti, egli, con le sue lacrime, giudica se stesso e condanna le sue azioni, nella consapevolezza che i suoi peccati hanno dato la morte all’anima, hanno perso la gloria e acquistato l’inferno.

Lacrime, umiltà, timore, inferno: sono termini, questi, che oggi si sentono di rado, perché si ha paura di spaventare i fedeli o si teme di essere poco “moderni”. Tuttavia, come si nota dalle pagine di sant’Antonio, non si riceve mai un senso di opprimente pesantezza, in quanto, anche laddove la dottrina è presentata nella sua interezza e nel modo più severo, vi si trova sempre l’accostamento armonioso tra giustizia e misericordia, tra verità e carità. Il tutto presentato con abbondanza di immagini luminose. Sant’Antonio, invero, ha la grande capacità di prendere molto sul serio il testo biblico, che conosceva a memoria e amava profondamente, così da non trascurare di valorizzare anche la più insignificante delle immagini, presente in esso, per trarne fuori il significato più profondo, sulla scorta dei commenti dei Padri. Ne risulta una straordinaria valorizzazione della loro bellezza, che oggi rischiamo di perdere, a causa di un diffuso disprezzo per l’immagine, che si manifesta nella trascuratezza o nella manipolazione di quella (per un approfondimento del tema si può vedere il mio La difesa delle immagini. Tra fede e ragione, Fede & cultura, 2010).

Il senso della misericordia di Dio che ha sant’Antonio, poi, non scade mai nel “buonismo”, bensì si congiunge sempre ad una visione autentica della giustizia, che esalta l’uomo nella sua dignità di essere responsabile, il quale esige di riparare le offese commesse.

La contrizione, dunque, produrrà, in virtù del sangue versato dalla mano di Cristo, inchiodata sulla croce, la remissione della colpa e della pena eterna, trasformata in pena del purgatorio, allorché il penitente avrà espresso il fermo proposito di confessarsi. E’ in quel momento che la grazia viene effusa nell’anima, ripiena così di una nuova pace.

In tal modo, il penitente, ripieno di Spirito santo al pari di Cristo dopo il battesimo, viene condotto nel “deserto” della confessione, dove, in virtù dell’accusa integra dei peccati, delle lacrime di contrizione, dell’umiltà del cuore e dell’atteggiamento, il demonio non osa più procedere alla tentazione.

La confessione, poi, al pari del “deserto”, è anche “inabitabile”, perché segreta. Colui che violasse questo mandato sarebbe considerato vero figlio del demonio dato che il penitente parla al sacerdote non come a un uomo, bensì come a Dio.

Bellissimo è poi il paragone della confessione col parto. Anch’essa deve essere vissuta con fatica e dolore, per generare poi la gioia che nasce dalla speranza del perdono. L’aiuto del confessore è simile a quello proprio dell’ostetrica.

L’uso di questo sacramento, secondo sant’Antonio, deve essere perseverante. Egli, lamentando il fatto che c’è chi si confessa solo una volta all’anno, raccomanda come necessaria (sic!) la confessione giornaliera per la frequenza dei nostri peccati e l’incertezza della vita. Questo richiamo, a mio avviso, non deve essere preso nel senso che si pecchi gravemente nel caso in cui esso non venga rispettato, ma nel senso di un invito a riflettere sulle severe esigenze della vita cristiana in uno stato, come il nostro, di grande debolezza, precarietà ed inclinazione al male.

Infine, la confessione va considerata come vero giudizio, mediante il quale viene anticipato quello al quale verremo sottoposti al termine della vita.

Giudizio, quindi, nella confessione, giustizia nella soddisfazione. Quest’ultima è necessaria, insieme al perdono delle offese ricevute, alla restituzione dei beni sottratti al prossimo, al proposito di non offendere più Dio, affinché vengano rimessi tutti i peccati. In essa il penitente “punisce” se stesso in un mirabile “commercio” nel quale i beni terreni vengono “venduti” in cambio dei beni eterni. Quindi, se è amara la penitenza, tuttavia è anche “felix”, “felice, fortunata”, perché nella coscienza nasce la bellezza della pace, la fiducia del comportamento santo, la ricchezza della carità fraterna.

Effetti di tutte e tre le parti della penitenza, tra loro ben collegate, sono la remissione dei peccati, l’infusione della grazia e il premio della vita eterna.

“Banchetto nuziale”, dunque, viene definito quello delle “triplici nozze”: le prime celebrate nel seno della Vergine Maria tra Dio e l’umanità, le seconde consumate nella penitenza ogni volta che, in virtù dello Spirito santo, l’anima riconciliata si unisce a Cristo nella coscienza pura, le terze, nel giorno del giudizio finale, tra lo sposo Cristo e la Chiesa Sua sposa.

Questa brevissima ed incompleta sintesi della dottrina penitenziale antoniana ha il solo scopo di suscitare nel lettore il desiderio di accostarsi a tali bellissimi testi, che sono disponibili nella versione italiana e nella più pregnante e ricca versione originale latina, per poter attingere a tale preziosissimo insegnamento. In tal modo la devozione al Santo potrà avere il sigillo dell’autenticità nell’ascolto della sua predicazione e nell’imitazione del suo esempio.

Sant’Antonio, invero, non mostrò la sua passione per la confessione solo con le sue parole, bensì, fedele all’impegno di insegnare ciò che si pratica, nella predicazione quaresimale fatta a Padova poco tempo prima di morire, confessava fino al tramonto del sole, in stato di infermità e spesso digiuno. Poi morì “cantando” come il cigno (secondo una bellissima immagine, propria del Santo, che esorta il penitente a “cantare bene” nella confessione): dopo essersi confessato, al termine del canto O gloriosa Signora, infatti, il Santo rispose: “Vedo il mio Signore” al fratello che gli chiedeva che cosa vedesse, avendo notato lo sguardo estatico del morente (Fonti agiografiche antoniane, vita prima del Beato Antonio detta anche Legenda “Assidua”, a cura di V. Gamboso, Messaggero, Padova, 1986, c. 17, p. 367).Infine, se qualcuno, gravato di una colpa, si avvicinava al suo corpo per impetrare la guarigione, non la otteneva se prima non si era confessato.

 pellegrinaggio agosto 2013

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3 thoughts on “Sant’Antonio di Padova

  1. Bello, bello, bello. Anche Padre La Grua sosteneva che la guarigione fisica fosse diretta conseguenza di quella spirituale, vorrei consigliarvi la lettura di un suo libro(di Padre Matteo) ma eviterò perchè ho paura che mi lincino a parole come hanno precedentemente fatto!

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