Salviamo i monasteri d’Italia!

di Don Massimo Lapponi

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Il giorno 22 ottobre, presso l’Abbazia S. Maria del Monte di Cesena, c’è stato l’incontro del Consiglio Direttivo del Centro Storico Benedettino Italiano.
Di là dalle abituali discussioni tecniche, organizzative e finanziarie, aleggiava sullo sfondo l’ideale di mantenere viva nella nostra cultura la memoria di un’Italia costellata, in tutte le sue regioni, di centinaia di monasteri, che la politica di Casa d’Austria prima, di Napoleone poi, e infine di Casa Savoia – in questo tutti d’accordo – aveva decimato. E benché l’Italia cattolica avesse poi reagito con una vitalità e una tenacia sorprendenti, portando avanti o restaurando la vita claustrale in numerosi focolai monastici, erano poi sopraggiunti i tragici decenni della follia iconoclasta, della secolarizzazione di massa e della demotivazione ideale nello stesso mondo cattolico e religioso a ridurre ai minimi storici la presenza viva delle istituzioni claustrali nella Penisola.
Di fronte a questo panorama desolante, il nostro sparuto gruppo di studiosi, messo sempre più in difficoltà dall’età avanzante, dalla scarsità del ricambio generazionale e dai drastici tagli finanziari sui fondi destinati a sostenere le attività culturali e umanistiche, dirottati soprattutto verso obiettivi militari o di ricerca genetica, faceva un po’ la figura degli esecutori testamentari di un moribondo.
Eppure cosa sarebbe la nostra Italia senza i suoi innumerevoli conventi e monasteri? Sarebbe paragonabile a un’Italia senza Dante e Petrarca, senza Giotto e Raffaello, senza Della Robbia e Michelangelo, senza Vivaldi e Rossini, senza i liutai di Cremona e i dolciari sardi, senza S. Francesco e S. Maria Goretti. E indubbiamente nella fabbricazione di automobili, di scarpe o di cellulari l’industria italiana può facilmente essere soppiantata dalla concorrenza cinese, mentre artisti, studiosi, ammiratori, devoti e turisti non andranno mai in Cina a ricercare l’impronta intramontabile e incomparabilmente feconda del genio italiano. Non è certo senza significato che americani, inglesi, tedeschi, olandesi, belgi e altri stranieri vengano a rilevare le antiche dimore delle campagne e delle cittadine italiane, abbandonate dai loro primitivi proprietari, per crearsi un’esistenza più umana di quella offerta dalle loro modernissime metropoli.
Certamente moltissimi giovani e meno giovani si precipitano in massa verso le seducenti “luci della città”, ma è anche un segno dei tempi il movimento contrario, quello cioè dei non pochi che fuggono dall’allucinante atmosfera irreale del traffico mostruoso, dell’aria irrespirabile, dei colossi di cemento e di vetro, del bombardamento di immagini gabellate per vita e di rumori assordanti gabellati per musica delle metropoli di tutto il mondo alla ricerca delle dimore del “buon tempo antico”. Ma c’è anche il pericolo che molti di loro rimangano delusi, scoprendo che quelle dimore, anche là dove ancora esistono, sono state adulterate dai tentacoli in irrefrenabile espansione della moderna Babilonia.
Triste esperienza è stata quella di perdersi in cittadine medievali dell’Umbria e delle Marche nella vana ricerca di un parcheggio accessibile, di una zona di silenzio, di una chiesa aperta, di un sacerdote disponibile per un colloquio spirituale. Una città in cui ogni segno tangibile di pace interiore, di elevazione estetica, di pausa nell’affannosa corsa verso il niente che tutto e tutti travolge, di aspirazione a un mondo superiore, a un fine degno di quell’uomo a cui un non credente di alto sentire disse: “vivi, e sii grande e infelice!”: una tale città costringe tutti a gettarsi con avidità insaziabile verso i soli beni offerti a profusione alla sensibilità degli uomini dalla moderna fiera della vanità per la rovina del loro sistema nervoso, prima che dell’intima vita dello spirito.
Ciò spiega l’innegabile movimento di fuga da quella vertigine metropolitana che, riecheggiando in qualche modo la voce profetica di Kafka, se pure in tono minore, già negli anni ’60 del ’900, descriveva con efficacia il nostro Dino Buzzati.
Ma non si è degni di ritrovare la pace delle dimore dei padri se non si riscopre, sia pure in modo nuovo, il senso e il valore dei loro ideali morali, estetici e religiosi, del loro atavico culto per i penati e per la fedeltà familiare, dei ritmi, della quiete, della ritualità della loro vita quotidiana.subiaco_monasteri_1
Un costruttore di violini di Cremona mi diceva recentemente che nel commercio degli strumenti di bassa qualità per i principianti, fabbricati con legno stagionato di pochi anni, l’artigianato italiano non può competere con quello cinese, capace di ridurre i prezzi da € 2500-3000 a € 150-200 a strumento. Ma da tutto il mondo si rivolgono a Cremona per gli strumenti professionali, costruiti con legno scelto e stagionato di cent’anni. Ciò che avviene per il legno avviene anche per la vita dell’uomo, spirito incarnato. Il costume, la cultura, la maturità d’animo, di arte, di morale, di religione non si improvvisano, ma sono frutto di tradizioni secolari e millenarie, e perciò i cambiamenti innaturalmente rapidi e travolgenti degli ultimi decenni non possono non essere stati per essi devastanti. Se dunque c’è da rallegrarsi che le più moderne tecniche e l’accresciuta sensibilità – altro paradossale segno dei tempi – hanno spesso permesso un mirabile restauro di antichi edifici sacri e profani, non altrettanto si può dire del moderno modo di vivere, che non può armonizzarsi con dimore sorte dall’ingegno e della mano di uomini animati da uno spirito troppo diverso dal nostro, nella loro dedizione alla pace di un mondo superiore e ai suoi armoniosi e pacificanti riflessi nella vita quotidiana.
“Più case, meno chiese” scrivevano, e forse ancora scrivono, sui muri i giovani contestatori, e un benedettino olandese, che negli anni ’30 del ’900 era approdato alla vita monastica insieme a tutta la sua famiglia in seguito ad una clamorosa conversione, negli anni ’60 scriveva che, mentre il levita e il sacerdote erano passati oltre alla vista dell’uomo incappato nei ladroni, il monaco non era neanche uscito dal monastero.
Così, come nel mondo laico si è diffusa l’illusione che l’esclusiva ricerca dei beni materiali avrebbe portato maggiore ricchezza e benessere per tutti, dimenticando che giovani e adulti dall’animo devastato da un’angosciosa irrequietezza e da un’insaziabile avidità avrebbero finito per consumare e dilapidare più risorse di quelle accumulate, nel mondo religioso si è diffusa l’illusione che si sarebbe portato maggior beneficio agli uomini con il pane terrestre che con il pane celeste, dimenticando che i fini valgono più dei mezzi e che i modelli e gli esempi di pace nell’umiltà, nella sobrietà e nell’amore non possono essere impunemente sostituiti dall’istigazione all’agitazione dell’arroganza, dell’avidità e dell’odio.
E’ certamente, ancora, un segno dei tempi che il sindaco di un capoluogo del nord chieda a un vescovo di riportare in un antico edificio monastico una comunità di clausura, come è un segno dei tempi che i vescovi di tutti i paesi emergenti, autosufficienti per le vocazioni all’attività caritativa, si rivolgano invece all’Italia e all’Europa per avere nelle loro diocesi comunità claustrali. Ma che quel sindaco sia stato accontentato è sembrato più un miracolo che un fatto ordinario, mentre l’Italia e l’Europa faticano per rispondere all’appello. Vi sono, è vero, in Italia centri monastici, specialmente femminili, che hanno avuto negli ultimi decenni una straordinaria fioritura – mi si permetta l’insistenza: altro segno dei tempi! -. Ma decine e decine di monasteri ormai languiscono, e entro pochi anni dovranno chiudere i battenti e consegnare il loro patrimonio storico, artistico e spirituale nelle poco affidabili mani di istituzioni ecclesiastiche o laiche, spesso troppo poco attente alla preservazione di beni ormai destinati, in ogni caso, a finalità estranee alla loro natura. Non si ripeterà di nuovo il vergognoso saccheggio già infinite volte perpetrato da avide mani plebee o altolocate, ma sempre incivili, ai danni non solo della Chiesa, ma di tutta la comunità umana?
Soltanto un nuovo spirito, nel mondo laico come in quello religioso, potrebbe almeno attutire l’imminente flagello. Anche le migliori vocazioni dei paesi emergenti che spesso vengono a rafforzare le nostre comunità, difficilmente possono divenire eredi degni e coscienti della nostra cultura, che indubbiamente non perderebbe nulla ad essere arricchita e integrata dalla loro, se non sono accompagnate dalla presenza viva e vigile di religiosi e religiose locali di buono spirito e di buona formazione religiosa e umana.
La posta in gioco è immensa e riguarda il bene non solo spirituale di tutta la nostra società.
Il credente non può che ripetere l’invocazione biblica: “Emitte spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae”.

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2 thoughts on “Salviamo i monasteri d’Italia!

  1. D’accordo pienamente con questo articolo di Don Lapponi. Non trovo però la prosecuzione operativa. Ad es: Io come pensionato, autosufficente economicamente, essendomi fra l’altro interessato anche di manutenzioni potrei essere d’aiuto. Perchè non formare un qualcosa che ricordi ad es i Templari cattolici oppure i Compagnon batisseurs oppure lavorare personalmente con i monaci interessati? Josè Maria

  2. Gent.mo Josè Maria,
    questo articolo è il primo passo di un progetto che si sta lentamente delineando e che, con l’aiuto di Dio, speriamo possa realizzarsi. Se è volontà di Dio, non è escluso che, tramite Annalisa, se ne possa sapere qualche cosa a tempo debito.

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