Analisi dei testi delle Canzoni di Fabrizio Dè Andrè

02 feb 2013Andiamo ora ad analizzare alcune canzoni e altri estratti delle canzoni del cantautore Genovese, dopo aver esaminato la sua storia     che sintetizzano i concessi espressi, in quella che vuole essere una ricerca del pensiero dell’uomo e non un giudizio sulla sua vita… Chi è senza peccato scagli la prima pietra, solo Gesù è degno di giudicare tutti noi, dal primo all’ultimo… Gesù Cristo, appunto, Dio stesso…

 

Si chiamava Gesù

(De André)

(LP Volume I, Bluebell records 1967)

Venuto da molto lontano a convertire bestie e gente non si può dire non sia servito a niente perché prese la terra per mano vestito di sabbia e di bianco alcuni lo dissero santo per altri ebbe meno virtù si faceva chiamare Gesù. Non intendo cantare la gloria né invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia ma inumano è pur sempre l’amore di chi rantola senza rancore perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce.

E per quelli che l’ebbero odiato nel getzemani pianse l’addio come per chi l’adorò come Dio che gli disse sia sempre lodato, per chi gli portò in dono alla fine una lacrima o una treccia di spine, accettando ad estremo saluto la preghiera l’insulto e lo sputo. E morì come tutti si muore come tutti cambiando colore non si può dire non sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto. Ebbe forse un pò troppe virtù, ebbe un nome ed un volto: Gesù. Di Maria dicono fosse il figlio sulla croce sbiancò come un giglio.

Un blasfemo

(De André, Bentivoglio)

(Dietro Ogni Blasfemo C’è Un Giardino Incantato)

(LP Non al denaro nè all’amore nè al cielo, liberamente tratto dall’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

Produttori Associati 1971)

Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore, più non arrossii nel rubare l’amore dal momento che Inverno mi convinse che Dio non sarebbe arrossito rubandomi il mio. Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c’e’ il bene e c’è il male. Quando vide che l’uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita per paura che ormai non avesse padroni lo fermò con la morte, inventò le stagioni… mi cercarono l’anima a forza di botte… E se furon due guardie a fermarmi la vita, è proprio qui sulla terra la mela proibita, e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato, ci costringe a sognare in un giardino incantato ci costringe a sognare in un giardino incantato.

Il sogno di Maria

(De André)

(LP La buona novella, 1970 Produttori Associati)

“Nel Grembo umido, scuro del tempio, l’ombra era fredda, gonfia d’incenso; l’angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera: poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese – Conosci l’estate io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento. Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all’ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là, dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde, e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d’ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena. (… e l’ angelo disse: “Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…) Le ombre lunghe dei sacerdoti costrinsero il sogno in un cerchio di voci. Con le ali di prima pensai  di scappare ma il braccio era nudo e non seppe volare: poi vidi l’angelo mutarsi in cometa e i volti severi divennero pietra, le loro braccia profili di rami, nei gesti immobili d’un altra vita, foglie le mani, spine le dita. Voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno per ridarmi al presente. Sbiadì l’immagine, stinse il colore, ma l’eco lontana di brevi parole ripeteva d’un angelo la strana preghiera

dove forse era sogno ma sonno non era – Lo chiameranno figlio di Dio – Parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.” E la parola ormai sfinitasi sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d’una quiete apparente che si consuma nell’attesa d’uno sguardo indulgente. E tu, piano, posati le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte.

Il testamento di Tito

(De André)

(LP La buona novella, 1970 Produttori Associati)

Non avrai altro Dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall’est dicevan che in fondo era uguale. Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male. Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male. Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano. Con un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena e il suo nome: ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano. Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone: Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. Quanto a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. Ricorda di santificare le feste. Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni senza finire legati agli altari sgozzati come animali. Senza finire legati agli altari sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare e forse io l’ho rispettato vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato: ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio. Ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio. Non commettere atti che non siano puri cioè non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l’ami così sarai uomo di fede: Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Lo, forse, ho confuso il piacere e l’amore: ma non ho creato dolore. Il settimo dice non ammazzare se del cielo vuoi essere degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno: guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno. Guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno. Non dire falsa testimonianza e aiutali a uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono: ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore. Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore. Non desiderare la roba degli altri non desiderarne la sposa. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa: nei letti degli altri già caldi d’amore non ho provato dolore. L’invidia di ieri non è già finita: stasera vi invidio la vita. Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.

Coda di lupo

(De André, Bubola)

(LP Rimini 1978 Ricordi)

Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto correvo dietro ai cani e da marzo a febbraio mio nonno vegliava sulla corrente di cavalli e di buoi sui fatti miei sui fatti tuoi e al dio degli inglesi non credere mai. E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo rubai il primo cavallo e mi fecero uomo cambiai il mio nome in “Coda di lupo” cambiai il mio pony con un cavallo muto e al loro dio perdente non credere mai. E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa, crocifisso con forchette che si usano a cena era sporco e pulito di sangue e di crema, e al loro dio goloso non credere mai. E forse avevo diciott’anni e non puzzavo più di serpente possedevo una spranga un cappello e una fionda e una notte di gala con un sasso a punta uccisi uno smoking e glielo rubai e al dio della scala non credere mai. Poi tornammo in Brianza per l’apertura della caccia al bisonte ci fecero l’esame dell’alito e delle urine ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso – Per la caccia al bisonte – disse – Il numero è chiuso. E a un Dio a lieto fine non credere mai. Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn, capelli corti generale ci parlò all’università dei fratelli tute blu che seppellirono le asce, ma non fumammo con lui non era venuto in pace e a un dio fatti il culo non credere mai. E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa che ho imparato a pescare con le bombe a mano che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano, con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria e a un dio senza fiato non credere mai.

Alla fine del concerto alla richiesta di alcune persone che erano rimaste sotto al palco, De André aveva fatto segno che potevano andare nei camerini per poter parlare un pò con lui e io mi ero accodato… Visto che il tour si chiamava Mi innamoravo di tutto gli avevo detto che ero rimasto stupito dal fatto che non aveva cantato la canzone Coda di lupo e lui aveva aumentato il mio stupore rispondendomi che non l’aveva cantata perchè altrimenti la gente avrebbe pensato che lo aveva fatto per i soldi, invece a lui dei soldi non gliene fregava niente… Ringraziandolo per l’autografo sull’ultimo cd Anime salve accarezzai la spalla di quell’uomo ricurvo su se stesso, consapevole di essere ormai alla fine, ed uscii… Quale può essere il più grande limite delle persone molto intelligenti, mi chiedo, andando a sentire altri estratti di racconti e canzoni dalla voce di De André forse iniziamo a capirci qualcosa…

Dal libro Una goccia di splendore pagina 31 leggiamo: …A sedici anni, poi, avrei sfondato la porta di una chiesa di montagna: era notte, e mi ero messo a fare all’amore su una panca con la ragazza che volevo sposare. A mio padre, già vicesindaco e più avanti amministratore del gruppo Monti, costò una cifra convincere il parroco a ritirare la denuncia. Ero anarchico, più che discolo. Mi ero formato su Stirner e Bakunin, senza contare George Brassens, traducendo il quale ho imparato che la libertà è la miglior forma di convivenza possibile.

Dal libro Una goccia di splendore pagina 55 leggiamo: Brassens dipinge la realtà con immagini contadinesche, descrive la vita di periferia per generalizzare e ampliare il discorso, per arrivare all’uomo. La sua anarchia è bonaria: comincia sempre avendocela con tutti e finisce sempre per perdonare tutti. Un tempo ero più cattivo. Adesso è subentrata una specie rassegnazione. I personaggi marginali delle sue canzoni mi suscitarono la voglia di saperne di più. Lessi Bakunin, poi da Malatesta imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro. Partendo da questa scoperta mi sono permesso il lusso anche di parlare di Gesù Cristo, prima in Si chiamava Gesù, poi ne La buona novella, e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o forse questa convinzione gliel’hanno attribuita altri.

Dal cd Amico Fragile Omaggio a Faber (2003 BGM) leggiamo questo parlato del cantautore ripreso da Vasco Rossi: 1975, stavo ancora con la Puny, la mia prima moglie, e una sera che eravamo a Portobello di Gallura, dove avevamo una casa, fummo invitati in uno di questi ghetti per ricchi della costa nord. Come al solito mi chiesero di prendere la chitarra e di cantare. Ma io risposi: perchè invece non parliamo… Era il periodo che Paolo VI aveva tirato fuori la faccenda degli esorcismi, aveva detto che il diavolo esiste sul serio, insomma a me questa cosa era rimasta un pò sul gozzo, così ho detto: perchè non parliamo di quello che sta succedendo in Italia, macchè avevano deciso che dovevo suonare. Allora mi sono preso una sbronza colossale, ho insultato tutti e sono tornato a casa. Qui mi sono chiuso nella rimessa e in una notte da ubriaco ho scritto Amico fragile…

Dal libro Una Goccia di splendore pagine 99, 100 leggiamo: Quando ho scritto Preghiera in Gennaio per Luigi Tenco invocavo una specie di riscatto da parte di un ente supremo come Dio, che fa proprio il contrario di quello che hanno fatto gli uomini e lo perdona. E’ una canzone che è stata giudicata addirittura blasfema quando nell’ultima strofa, dico: Dio di misericordia, vedrai sarai contento” Questo dialogo uomo-Dio a tanta gente non piace, dà fastidio. Il discorso che ho voluto fare era questo: “Sta tranquillo, che se non ti abbiamo capito noi, ci sarà qualcuno che ti capirà meglio”.  Anche se io tutto sommato, non posso considerarmi nè cristiano nè cattolico, mi farebbe tanto piacere che nel caso di Luigi ci fosse veramente un Dio. In Si chiamava Gesù cerco di umanizzare al massimo la figura del Cristo, per dimostrare come l’amore, prima di cercarlo al di là del sole e delle stelle, come potrebbe essere per un Dio come entità metafisica, si può benissimo trovarlo qui da noi. Ho addirittura azzardato l’ipotesi che non sia stato un Dio a venire in terra, ma un uomo che sia riuscito a divinizzarsi attraverso il suo comportamento. La Radio Vaticana mi ha capito, e di Cristianesimo se ne intende più di me.

Preghiera in Gennaio

(De André)

(LP Volume I 1967 Bluebell Records)

Lascia che sia fiorito Signore, il suo sentiero quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare quando verrà al tuo cielo là dove in pieno giorno risplendono le stelle. Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte ai suicidi dirà baciandoli alla fronte venite in Paradiso là dove vado anch’io perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio. Fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche seguito da migliaia di quelle facce bianche fate che a voi ritorni fra i morti per oltraggio che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio. Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte. Dio di misericordia il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura l’inferno esiste solo per chi ne ha paura. Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicaregli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare. Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento Dio di misericordia vedrai, sarai contento. Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

Dal libro Una goccia di splendore pagina 142 leggiamo: A quel punto si era capito che le persone erano deluse dal fatto che la rivolta era fallita, che non fosse diventata una vera rivoluzione, che non fosse cambiato nulla, fuoriuscite dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la sinistra si erano armate. Il che equivaleva a dire allo Stato.”Levati da quella poltrona che mi voglio sedere io”, che è quello che ho poi cercato di dire Nella Canzone del padre. Il terrorismo è stato la vera esagerazione: il Sessantotto che ho vissuto io  era un’epoca ricca di fantasia e ha fatto del bene. Le Brigate rosse no, se avessero vinto oggi stavamo peggio. La canzone del padre nasce dalla necessità che ha il potere di rinnovarsi. Quindi chiunque sia più forte del potere in carica, chiunque abbia non solo l’età ma anche le forze per prendere il potere, viene prima assunto in prova, e poi in modo definitivo. E’ però una soluzione di continuità e non di rottura del potere costituito, tanto che alla fine il protagonista non accetta questo tipo di di inganno, si rende conto di aver dovuto prendere il posto del padre, di essere uno strumento per il rinnovamento del potere, e allora si comporta da anarchico e manda tutti a quel paese. Già da ragazzo avevo scritto, ne La Città vecchia, qualcosa di cui resto tuttora convinto:”Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. C’è una morale interna a ciascuno di noi, che ha ben poco a che vedere con quella che ci viene imposta dalle religioni, dalle leggi, dallo stato, e poi che l’uomo è mosso da congegni talmente complessi che finiscono per agire, spesso, al di là della sua volontà. Così è inevitabile, per chi ragiona obiettivamente, trovare poco merito nella virtù e ancor meno merito nell’errore. La morte di Pasolini ci ha resi come orfani. Ne abbiamo vissuto la scomparsa come un grave lutto, quasi ci sia mancato un parente stretto. Un aspetto tragico che abbiamo voluto sottolineare è quello legato alla moda tuttora trionfante, che ci lega al clima d’ignoranza e di caccia al diverso. E cioè che dalla morte di un grande uomo di pensiero sia stata fatta carne di porco, da sbattere sul banco di macelleria dei settimanali spazzatura, e non solo di quelli.

Canzone del padre

(De André, Bentivoglio)

(LP Storia di un impiegato, 1973 Produttori Associati) quella che segue è la versione cantata in concerto

…Così son diventato mio padre ucciso in un sogno precedente il tribunale mi ha dato fiducia assoluzione e delitto lo stesso movente. E ora Berto, figlio della Lavandaia, compagno di scuola, preferisce imparare a contare sulle antenne dei grilli non usa mai bolle di sapone per giocare; seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi; si fermò un attimo per suggerire a Dio di continuare a farsi i cazzi suoi e scappò via con la paura di arrugginire il giornale di ieri lo dà morto arrugginito, i becchini ne raccolgono spesso fra la gente che si lascia piovere addosso… Le fiamme mi avvolgono il letto questi i sogni che non fanno svegliare. Vostro Onore, sei un figlio di troia, mi sveglio ancora e mi sveglio sudato, ora aspettami fuori dal sogno ci vedremo davvero, io ricomincio da capo.

La città vecchia

(De André)

(45 Giri/Singolo 1965 Karim)

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia… Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

Dal Libro Una goccia di splendore pagine 240, 243 leggiamo: Un tempo invocavo ingenuamente un’improponibile pietà. Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio, e tutti quelli che attraversano i disagi dell’emarginazione senza rinunciare ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perchè muovono la storia. L’umanità riesce a crescere proprio quando non si omologa al gregge della maggioranza. Ce ne renderemo conto molto presto. Questione di tempo e il capitalismo andrà in pezzi. I perdenti? Gli ex ricchi, che non vorranno accettare economie diverse da quella fondata sul rapporto merce-denaro e si troveranno spiazzati. Quel ripetere “gli ultimi saranno i primi” forse non voleva essere una profezia metafisica. Forse Gesù, che profeta lo era sul serio, era riuscito a individuare un futuro di moltitudini tranquille, sgangiate da ideologie assolutistiche come socialismo, capitalismo e dallo Stato stesso. E soprattutto da una morale imposta d’autorità, per sovvertire le leggi che le popolazioni si erano date in maniera spontanea. Per me ogni regola imposta si è rivelata nefasta: dai dieci comandamenti fino alla legge sulla dissociazione. Ne La buona novella mettevo in bocca a uno dei ladroni crocefissi con Gesù una lettura provocatoria dei dieci comandamenti, che il ladrone smontava uno per uno, smascherando l’ipocrita convenienza di chi li aveva dettati: facile dire “non desiderare la roba e la donna d’altri” quando si possiedono palazzi e concubine; oppure “non ammazzare” quando hai le mani sporche di sangue di innumerevoli crocifissioni. E ancora: se oggi fai il delatore sei un benemerito, mentre un tempo il peccato di Giuda era il peggiore. Quando Sofri parla di delazione, riguardo al pentito Marino fa benissimo: credo che voglia dire proprio “Giuda”. L’autorità, insomma colpisce per farsi vedere, per terrorizzare: potremmo chiamarla “transunstanziazione della legge” così non posso che definire terroristiche le tre sentenze che hanno condannato Sofri, e lo stesso vale per il caso Tortora… Sono convinto che anarchia e misticismo nascano insieme. Cristo filosofo è stato il più grande anarchico di tutti i tempi: le radici di cristianesimo e anarchia sono comuni. Le strade si divisero quando il cristianesimo sconfinò in un meccanismo autoritario. Per quanto riguarda le mie canzoni, a questi due elementi aggiungerei la solitudine e la libertà.

Il suonatore Jones

(De André, Bentivoglio)

(LP Non al denaro né all’amore né al cielo liberamente tratto dall’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

Produttori Associati 1971)

In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa. Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore. Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco. E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. Finii con i campi alle ortiche finii con un flauto spezzato e un ridere rauco ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.

Canzone del Maggio

(De André, Bentivoglio)

(Liberamente tratta da una canzone Francese del 1968 scritta da Dominique Grange, LP Storia di un impiegato, 1973 Produttori Associati)

Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. E se vi siete detti non sta succedendo niente, le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco provate pure a credevi assolti siete lo stesso coinvolti. Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere ci mordevano il sedere lasciamoci in buonafede massacrare sui marciapiedi anche se ora ve ne fregate, voi quella notte voi c’eravate. E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri, senza le barricate senza feriti, senza granate, se avete preso per buone le “verità” della televisione anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti. E se credente ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare

la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Dal libro Una goccia di splendore pagine 94, 99. 100, 101 leggiamo: E’ la morte il motivo conduttore di Tutti morimmo a stento: era una morte in senso metafisico, naturalmente. La morte fisica  non coincide quasi mai con quella morale, dell’anima. E a me interessa soprattutto quest’ultima. L’altra per ora, non la vedo neppure. Non c’è. Non l’ho ancora toccata. Questo è un disco di morti, morti nell’anima, che hanno bisogno del prossimo, ma non della sua pietà, un sentimento che finisce con l’essere sempre cattivo e anche inutile. Questi “morti” hanno bisogno d’amore, un sentimento che non hanno mai ricevuto dagli altri o che, se mai questo è accaduto, l’hanno avuto nella maniera sbagliata… La mia droga è stata l’alcol. Fino al 1985 ho bevuto da una a due bottiglie di whisky al giorno, e questo da quando avevo diciotto anni, da quando ero andato via di casa. Ne sono uscito perchè mio padre, con il quale avevo ricostruito un ottimo rapporto, sul letto di morte mi chiamò e mi disse: “Promettimi una cosa” e io: “Quello che vuoi, papà”. “Smetti di bere” e io “Ma porca di una vacca maiala, proprio questo mi devi chiedere?” Avevo il bicchiere in mano. Ma ho promesso e ho smesso. Per uscirne ci vuole una grande paura o, come mi è successo, una forte spinta emozionale. Scrivere il Cantico dei drogati, per me che avevouna tale dipendenza dall’alcol, ebbe un valore liberatorio, catartico. Il testo non mi spaventava, anzi ne ero compiaciuto: è una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perchè grazie all’alcol la fantasia viaggiava sbrigatissima e sotto l’effetto dell’acol ho scritto testi di cui vado orgoglioso, come Amico fragile. Con il Cantico mi rappresentavo e mi liberavo dell’imbarazzo di essere considerato un alcolizzato. Il discorso è delicato perchè c’è il rischio di fare l’apologia della droga, ma non c’è dubbio che le droghe potenzino la capacità creativa, poiché disinibiscono, e la creatività, come qualsiasi attività umana, è fortemente ostacolata dalle inibizioni. Io sono a favore della liberazione delle droghe, anche per motivi sociali, per evitare che organizzazioni camorristiche o mafiose possano proliferare su di esse. Cercherei di metter fine a tutte queste droghe chimiche, a tutti questi laboratori che producono schifezze, e diffonderei una cultura della droga, che in altri paesi del mondo esiste, e che in Italia ad esempio, è riferita al vino, che in fondo è una droga. Pensiamo alla cultura della cocaina che esiste in Perù, dove la coca viene utilizzata a scopo fisiologico, per combattere gli effetti dell’altitudine. Non sono affatto contrario a un uso equilibrato della droga. I contadini di paesi dell’Est, che si ammazzano di lavoro, per avere un attimo di tregua usano la cuticola dall’Amanita Muscaria, che è il fungo della fiaba, quello col cappello rosso e i puntini bianchi. Devi saperlo usare, perché altrimenti rischi la trombosi, ma è un allucinogeno tremendo. Il mondo contadino usa molte droghe, perché è più vicino alla natura. Le droghe naturali, se prese con cautela da chi è educato all’assunzione, non solo non fanno male, ma aiutano a vivere anche meglio.

Cantico dei drogati

(De André, Mannerini)

(LP Tutti morimmo a stento 1968 Bluebell Records)

Ho licenziato Dio gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore. Le parole che dico non han più forma né accento si trasformano i suoni in un sordo lamento. Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco. Come potrò dire a mia madre che ho paura? Chi mi riparlerà di domani luminosi dove i muti canteranno e taceranno i noiosi quando riascolterò il vento tra le foglie sussurrare i silenzi che la sera raccoglie. Io che non vedo più che folletti di vetro che mi spiano davanti che mi ridono dietro. Come potrò dire la mia madre che ho paura? Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere per i giorni già usati per queste ed altre sere. E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore. E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? Come potrò dire a mia madre che ho paura? Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota. Mi citeran di monito a chi crede sia bello giocherellare a palla con il proprio cervello. Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito. Come potrò dire a mia madre che ho paura? Tu che m’ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria.

Ballata degli impiccati

(De André, Bentivoglio)

(LP Tutti morimmo a stento 1968 Bluebell Records)

Tutti morimmo a stento ingoiando l’ultima voce tirando calci al vento vedemmo sfumare la luce. L’urlo travolse il sole l’aria divenne stretta cristalli di parole l’ultima bestemmia detta. Prima che fosse finita ricordammo a chi vive ancora che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora. Poi scivolammo nel gelo di una morte senza abbandono recitando l’antico credo di chi muore senza perdono. Chi derise la nostra sconfitta e l’estrema vergogna ed il modo soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo. Chi la terra ci sparse sull’ossa e riprese tranquillo il cammino giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino. La donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria ritrovi ogni notte sul viso un insulto del tempo e una scoria. Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.

Dal Libro Una goccia di splendore pagina 257, 260 leggiamo: La mia religione è simile a quella dei nativi Americani. Il mondo è e basta. Credo di potermi definire un animista. Vedo un’anima in tutto quello che tocco e che guardo, per il fatto stesso che è o non è venuto in contatto con lo spirito di un essere vivente. In alcuni casi ci sono oggetti che sono stati addirittura costruiti da esseri viventi e ne riproducono in qualche maniera l’essenza spirituale. Per questo motivo ho sempre molto rispetto di cose e oggetti, e mi dispiace danneggiarli o romperli. Sono quindi contrario al comunismo, a una superproduzione industriale che svilisce il valore dell’oggetto e ne facilita la distruzione. Questo mio animismo non è da confondere con l’immanentismo di Spinoza il quale, partendo dal concetto, o meglio dalla fede, di Dio asseriva che è in tutte le cose. Io non mi pongo il problema di Dio, ma dello spirito che gli esseri viventi dimostrano di avere attraverso i loro comportamenti. E’ la comunicazione tra questi esseri dotati di spirito con le cose inanimate che conferisce loro una porzione di spirito o di più spiriti. Tutti questi frammenti di spirito contribuiscono a creare un Grande Spirito, un grande respiro animistico di cui tutti facciamo parte. Quando parlo di Dio, lo faccio perchè è una parola comoda, comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di una spiritualità (materia spiritualizzata) dell’universo. Da un pò di tempo riesco a non sentirmi più nè competitivo, nè in conflitto col naturale. Ogni volta che l’uomo ha voluto rendere comprensibile ciò che non lo è, come per esempio l’animo umano, sono sorte scuole, religioni, filosofie. Tutti tentativi di chiarificazioni che partono da assiomi, da certezze o regole precostituite ma non spiegate, da cui poi nascono ossessioni comportamentali che siamo soliti chiamare fondamentalismi. Conosciamo solo qualcosa di molto personale, impreciso, mutevole. Solo il contatto con il sé più profondo porta alla comprensione e alla trasformazione dei disagi di cui si diceva prima. Una trasformazione che reca con sé  anche qualcosa di artistico, perchè porta a trasformare la contrarietà in qualcosa di bello e utile, che trasmette il desiderio di contemplazione. C’è chi è toccato dalla fede e si limita a coltivare la virtù della speranza. Certo, il Dio in cui spero non rassomiglia affatto a quello dei cattolici né a quello dei musulmani e neppure a quello degli ebrei. Il Dio in cui nutro speranza non ha mai suggerito ai suoi seguaci i sentimenti della calunnia, dell’odio, della vendetta, sfociati in orribili guerre, in devastanti persecuzioni, in una spaventosa varietà di tormenti fisici e morali. Il Dio in cui, nonostante tutto continuo a sperare è un’entità al di sopra delle parti, delle fazioni, delle ipocrite preci collettive; un Dio che dovrebbe sostituirsi alla così detta giustizia terrena in cui non nutro alcuna fiducia, alla stessa maniera in cui non la nutriva Gesù, il più grande filosofo dell’amore che donna riuscì mai a mettere al mondo. Questa nostra giustizia continua a essere vendicativa e trae origini e ispirazione dal mito quando non le assume da leggi create a immagine e somiglianza delle classi privilegiate. Io sono assolutamente contrario alla morale, a quell’insieme di leggi che un’autorità precostituita impone per far sì che la società possa avere delle connessioni, affinché la gente debba stare insieme. Prima di Socrate e di Gesù Cristo erano riconosciuti quattro impulsi primari: quello alla nutrizione, quello alla continuazione della specie, quello al saccheggio di cui abbiamo avuto ampie e nobili prove durante le recenti amministrazioni politiche e, strano a dirsi, l’impulso alla compassione. Cerdo che sia proprio la morale, costringendo a seguire un insieme di regole di cui non si è convinti, ad avere sopito questo meraviglioso impulso che è connaturale all’animo umano: l’impulso alla compassione. Trovo invece moralistico e ricattatorio il termine solidarietà, perché in nome di una regola o di un’imposizione moralistica si soffoca proprio in questo impulso alla compassione, termine che ci spiega come l’uomo sia già solidale, per impulso naturale.

Dalla presentazione a La cattiva strada (Fabrizio De André i concerti la Bussola e Storia di un impiegato 1975/76 cd 2 Sony Music 2012) leggiamo: Io, questa canzone l’ho scritta per un mio amico che si chiamava Nietzsche, anche per un altro mio amico che si chiamava Gesù Cristo, insomma era uno sicuro di inventare una nuova morale. Poi magari non ce l’ha fatta. Ma, sono cazzi suoi…

La cattiva strada

(De André, De Gregori)

(LP Volume 8, 1975 Produttori Associati)

Alla parata militare sputò negli occhi a un innocente e quando lui chiese “Perché ” lui gli rispose “Questo è niente e adesso è ora che io vada” e l’innocente lo seguì, senza le armi lo seguì sulla sua cattiva strada. Sui viali dietro la stazione rubò l’incasso a una regina e quando lei gli disse “Come “lui le risposte “Forse è meglio è come prima forse è ora che io vada ” e la regina lo seguì col suo dolore lo seguì sulla sua cattiva strada. E in una notte senza luna truccò le stelle ad un pilota quando l’aeroplano cadde lui disse “È colpa di chi muore comunque è meglio che io vada ” ed il pilota lo seguì senza le stelle lo seguì sulla sua cattiva strada. A un diciottenne alcolizzato versò da bere ancora un poco e mentre quello lo guardava lui disse “Amico ci scommetto stai per dirmi adesso è ora che io vada” l’alcolizzato lo capì non disse niente e lo seguì sulla sua cattiva strada. Ad un processo per amore baciò le bocche dei giurati e ai loro sguardi imbarazzati rispose “Adesso è più normale adesso è meglio, adesso è giusto, giusto, è giusto che io vada ” ed i giurati lo seguirono a bocca aperta lo seguirono sulla sua cattiva strada, sulla sua cattiva strada. E quando poi sparì del tutto a chi diceva “È stato un male” a chi diceva “È stato un bene “raccomandò “Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada sulla cattiva strada.

 

Dal libro Una goccia di splendore pagine 195,196, leggiamo: Dori e io abbiamo passato quattro mesi come cani, o peggio. Il cappuccio ce lo mettevano subito, quando schiariva, un solo buco all’altezza della bocca per respirare, e ce lo toglievano per farci mangiare. E qualche volta il pomeriggio, per pochi minuti che passavamo inventando giochi di carte con i fiammiferi. Non ci hanno mai separati. Forse questo è stato uno dei motivi che mi hanno aiutato a resistere, oltre alla vicinanza di Dori, che s’è dimostrata alla distanza la più forte. Ma momenti critici ce ne sono stati parecchi, e non nego che spesso ho pensato al suicidio. Mi ero tenuto una scatoletta di tonno, nel caso disperato, in cui non ce l’avessi più fatta. Dori mi incitava a pensare a nostra figlia Luvi, a Cristiano, ma quella scatoletta nascosta mi dava l’impressione di poter ancora contare sulla mia volontà. Col cappuccio era difficile parlare. Le ore scorrevano in lunghi silenzi, che per me hanno contato molto perchè mi hanno portato a una riscoperta, o perlomeno a delle riflessioni su Dio. Nella mia vita credo di aver messo in discussione la religione, di essermi fatto beffe di dogmi e di aver osservato crisi mistiche con spirito critico. Eppure io, in quella terra che amavo e in balia di uomini che non capivo, soggetto a un destino che non mi ero scelto, ho ricomiciato a credere,a cercare nella forza di un’entità diversa, superiore a quella umana, il bisogno di Dio. Non so ancora se questa sia una svolta esistenziale o meno. E’ stata fatta in tempi troppo drammatici perchè io abbia le idee chiare, ma quel che so è che Dio, anche se in modo ancora informe, era dentro di me: ho sentito che c’era.

Al ballo mascherato

(De André, Bentivoglio)

(LP Storia di un impiegato, 1973 Produttori Associati)

Cristo drogato da troppe sconfitte cede alla complicità di Nobel che gli espone la praticità di un’eventuale premio della bontà. Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro mima una sua nostalgia di natività, io con la mia bomba porto la novità, la bomba che debutta in società, al ballo mascherato della celebrità. Dante alla porta di Paolo e Francesca spia chi fa meglio di lui: lì dietro si racconta un amore normale ma lui saprà poi renderlo tanto geniale. E il viaggio all’inferno ora fallo da solo con l’ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo, sorpresa sulla porta d’una felicità la bomba ha risparmiato la normalità, al ballo mascherato della celebrità…

 

Via della povertà

(Desolation row di Bob Dylan testo italiano De André, De Gregori, LP Canzoni 1974 Produttori Associati)

… Ad eccezione di Abele e di Caino tutti quanti sono andati a far l’amore aspettando che venga la pioggia ad annacquare la gioia ed il dolore e il Buon Samaritano sta affilando la sua pietà se ne andrà al Carnevale stasera in via della Povertà. I tre Re Magi sono disperati Gesù Bambino è diventato vecchio e Mister Hyde piange sconcertato vedendo Jeckyll che ride nello specchio…

Nella parte finale del secondo cd dopo La Cattiva strada (traccia 16), dopo un minuto circa di silenzio c’è una versione di Via della povertà eseguita dal vivo (Fabrizio De André i concerti la Bussola e Storia di un impiegato 1975/76 cd 2 Sony Music 2012) di cui leggiamo una piccola parte

…Ci si prepara per la grande festa, c’è qualcuno che comincia ad avere sete, Paolo VI ha gettato la tiara si è travestito in abiti da prete, sta ingozzando a viva forza Berlinguer, per punirlo della sua frugalità, lo ucciderà parlandogli d’amore dopo averlo avvelenato di pietà, e mentre Paolo grida quattro suore si son spogliate già, Berlinguer sta per essere violentato in Via della povertà…

Tra le citazioni, presenti nei due articoli su James Douglas Morrison e Fabrizio De André non poteva mancare quella alla Divina Commedia di Dante Alighieri… Sulla porta dell’inferno capeggia quella scritta: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”… L’ultima opera che ha descritto molto bene di come l’universo abbia un equilibrio perfetto, di come sia governato da una Legge perfetta, creata dal Creatore Perfetto… Creatore che rimane fedele ai Suoi fedeli e a Se stesso… Legge che rimette ogni cosa al suo giusto posto… Divina Commedia che ha descritto molto bene di come quando finisce la Misercordia Divina, inizia la Giustizia… Quella Divina appunto…

 

Annunci