Messaggio straordinario a Ivan

medjugorje-visionary-seer-veggente-voyant-seher-ivan-dragicevic-300x199Lunedì 17 giugno 2013 (Ivan)

Cari figli, sono venuta qui e mi sono presentata come Regina della Pace.

Anche oggi in modo particolare vi invito a pregare per la pace.

Pregate per la pace, particolarmente nelle vostre famiglie. Pace, pace, cari figli! Apritevi al dono della pace! La Madre prega insieme con voi e intercede per tutti voi presso suo Figlio. La Madre vi ama con materno amore.

   Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata.

Sant’Ignazio di Antiochia in una Chiesa alla periferia di Roma

di Federico Cenci

Le reliquie e la devozione di uno dei Padri della Chiesa Cattolica nel luogo in cui subì il martirio

Roma, 16 Giugno 2013 (Zenit.org)

Image1Destini che si intrecciano in modo apparentemente indecifrabile. Questa affascinante consuetudine che attraversa più di duemila anni di storia del cristianesimo trova un suo compimento in una chiesa di periferia, situata nel quadrante sud di Roma, in una zona un tempo ricettacolo di pastori e briganti. Oggi, al suo interno, è custodita la reliquia di uno dei santi più importanti, un Padre della Chiesa originario di un luogo lontano, al confine tra la Turchia e la Siria.

Quel Sant’Ignazio che la fede in Dio condusse da Antiochia – città di cui era vescovo – a Roma, ove conobbe persecuzione e martirio. È a lui che nel 1952 venne intitolata la chiesa edificata nell’allora Borgata Caroni, un insediamento urbano che a quei tempi era ancora in fase di sviluppo. Dalla posa della prima pietra ad oggi, tra la testimonianza di Sant’Ignazio di Antiochia e la folta comunità di fedeli del quartiere si è andato consolidando un intenso rapporto spirituale.

Non bisogna allontanarsi molto da questa zona, d’altronde, per visitare il luogo in cui Sant’Ignazio terminò la sua vita terrena per farsi «frumento di Dio», giacché «macinato dai denti delle fiere» (1). Il luogo in questione è il Colosseo, un luogo di sacrificio, che in un passato remoto ha visto scorrere fiumi di sangue cristiano.

Correva all’incirca l’anno 107 d.C. quando ivi avvenne, durante il regno dell’imperatore Traiano, il martirio di Sant’Ignazio, condotto a Roma per essere condannato a combattere con le bestie. Nel corso del viaggio che lo prelevò per sempre dalla “sua” Antiochia scrisse sette lettere alle chiese che incontrava lungo il cammino o vicino ad esso. Tali scritti sono di notevole importanza per via delle esortazioni che il santo rivolse ai fedeli e al clero affinché la fedeltà e l’obbedienza ai vescovi non vacillassero innanzi ad alcun tipo di difficoltà. Celebre e sintomatica la lettera che indirizzò a Policarpo, vescovo di Smirne, in cui lo invitava coraggiosamente a «tenere duro come l’incudine sotto il martello» (2).

Erano anni durissimi per i cristiani, in cui la professione di fede si pagava con la morte. In tanti, innumerevoli donarono questo tributo a Dio, ricompensati però dalla gloria eterna. I martiri divennero presto propulsori di fede.

Le spoglie di Sant’Ignazio – traslate da Roma ad Antiochia e, ancora, da Antiochia a Roma – trovarono gli onori degli altari nella Basilica di San Clemente, tra l’Esquilino e il Celio. Da qui, le ossa furono distribuite, per il culto dei fedeli, in varie chiese di Roma, Napoli, Sicilia, Francia, Belgio, Germania, mentre il capo fu portato a Praga per poi tornare a Roma nel 1558 (3) ed essere collocato nella Chiesa del Gesù.

La preziosa reliquia rimase nella storica chiesa di Via degli Astalli fino al 1958, quando una parte cospicua del capo venne ceduta alla parrocchia di Sant’Ignazio di Antiochia allo Statuario. Così un numero speciale del 1972 di una vecchia rivista di quartiere, “Statuario Oggi”, raccontava l’evento: «Nel pomeriggio di domenica 27 aprile 1958 si è realizzato un nostro grande desiderio, avere per la nostra parrocchia l’insigne reliquia del Capo del Patrono S. Ignazio di Antiochia» (4).

La concessione seguì alla richiesta che la parrocchia dello Statuario inoltrò ai Padri Gesuiti, reggenti della Chiesa del Gesù, al fine di consegnare alla chiesa eretta in suo onore una reliquia di Sant’Ignazio di Antiochia. Il rettore del Gesù, padre Ferioli, alla fine della Messa vespertina di quel 27 aprile, la consegnò in modo solenne all’allora parroco don Giovanni Scorza, che si era recato a prelevarla con una folta rappresentanza di parrocchiani.

Di nuovo quel numero di “Statuario Oggi” ricordava, a dimostrazione dell’importanza dell’evento: «Erano presenti Mons. Mario Aluffi Pentiti, il dottor Saverio Polacco, del Collegio Cultorum Martyrum, ed il professor Renzo Uberto Montini, che per primo ci aveva rivelato la notizia della presenza della reliquia al Gesù» (5). Terminata quindi la funzione, l’urna, contenente la reliquia, venne acclamata dai fedeli che gremivano la Chiesa del Gesù in quella speciale domenica primaverile.

Subito dopo, iniziò il suo percorso verso la nuova destinazione. «Si è formato quindi il corteo con le macchine – riferiva ancora “Statuario Oggi” – che, scortato dai motociclisti della Polizia, è passato trionfalmente per Piazza Venezia, la Via dei Fori Imperiali, la Via di San Gregorio, la Passeggiata Archeologica, la Via Appia Antica e la Via Appia Pignatelli» (6).

I parrocchiani più anziani rimembrano con particolare pathos soprattutto un passaggio di quella processione cui parteciparono. Giunto davanti al Colosseo – spiegano con occhi velati di commozione – il corteo venne fatto fermare da padre Como, colui che dirigeva le preghiere con l’altoparlante.

Il sacerdote ricordò che proprio in quel luogo, all’incirca nel 107, Sant’Ignazio subiva il glorioso martirio. Udite queste parole, un imponente silenzio si impadronì del serpentone di fedeli, molti dei quali si raccolsero genuflessi in un momento di preghiera.

Soltanto qualche decina di minuti dopo, quel silenzio di raccoglimento si trasformò in un altrettanto significativo, voluttuoso frastuono. Basta leggere poche righe di “Statuario Oggi”, scritte per altro quattordici anni dopo quell’evento, per avere un’idea di quanto festante sia stato il momento dell’arrivo della reliquia alla parrocchia di Sant’Ignazio di Antiochia. «Un grande numero di fedeli era ad attendere la reliquia all’ingresso della nostra Borgata. Le campane suonavano a festa, la statua della Madonna Regina splendeva fulgente, la chiesa era tutto uno sfolgorio di luci per accogliere degnamente il preziosissimo dono» (7). Momenti di gioia cristiana, di alta spiritualità, impressi in modo indelebile nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente. E che rappresentano un tassello fondamentale nella storia della parrocchia e del quartiere.

Il 31 gennaio del 1959, qualche mese dopo la traslazione, in presenza anche di colui che ne diede l’assenso per la donazione, ossia padre Molinari, Postulatore dei Gesuiti, la reliquia venne sistemata in una nuova, definitiva urna. In quell’occasione padre Molinari spiegò ai tanti fedeli accorsi in chiesa il significato dei corpi dei martiri messi sotto l’altare: la cosa più santa che gli uomini possano porgere per accogliere Gesù Sacramento, «in modo che Questi sia contento di poggiare sui resti di chi ha dato la propria vita per dimostrargli il suo amore e la sua fedeltà» (8).

Il giorno seguente, nella mattinata di domenica 1 febbraio, l’urna restò esposta in una cappella, dove i fedeli si avvicendarono per venerarla. Al termine del periodo di preghiera, la reliquia venne trasportata all’altare maggiore, dove, dopo l’incensazione del celebrante, venne collocata sotto la mensa.

Ed è lì, sotto il vecchio altare che, ancora oggi venerata dai fedeli, la reliquia si trova. La sua presenza costituisce un affascinante intreccio – delineato da Dio – tra il destino di Sant’Ignazio di Antiochia e quello di un’amena borgata alla periferia della capitale d’Italia.

NOTE

(1) Dalla «Lettera ai Romani», Sant’Ignazio di Antiochia.

(2) Dalla «Lettera a Policarpo», Sant’Ignazio di Antiochia.

(3) periodo storico in cui il Regno di Boemia, di cui Praga era la capitale, si trovava sotto il dominio degli Asburgo, regnanti cattolici.

(4) da «Statuario Oggi. Numero speciale», pag. 41.

(5) ibidem, pag. 41.

(6) ibidem, pag. 41.

(7) ibidem, pag. 41.

(8) ibidem, pag. 41.

Cattolici, fate attenzione!

di Annalisa Colzi

amore fraternoSan Pietro ci ricorda che “Il diavolo come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare”. Queste parole dovrebbero essere meditate soprattutto da coloro che fanno un cammino di fede.

Sono appena tornata dalla Sicilia e aprendo il mio blog, dopo tre giorni che non lo guardavo, ho scoperto che, non di rado, ci si azzanna tra credenti.

Lo dico sinceramente: sono rimasta male.

Questo blog deve servire a crescere nella fede e non a distruggerci fra noi.

Ho letto solo qualche commento perchè la mancanza di tempo non mi permette di leggere tutto in modo approfondito, ma quello che ho letto mi è bastato per capire che ci sia accapiglia per cose INUTILI e tante volte dovute a sviste e fraintendimenti.

La Madonna a Medjugorje, fin dai primi tempi, ci ha messo in guardia dagli attacchi subdoli di satana. Leggete attentamente questo messaggio e capirete che il compito del maligno è creare discordia tra credenti. In questo modo, non solo crea divisione ma anche poca credibilità tra coloro che sono ancora lontani dall’amore di Gesù.

Messaggio del 14 aprile 1982
Dovete sapere che Satana esiste. Egli un giorno si é presentato davanti al trono di Dio e ha chiesto il permesso di tentare la Chiesa per un certo periodo con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a Satana di mettere la Chiesa alla prova per un secolo ma ha aggiunto: Non la distruggerai! Questo secolo in cui vivete é sotto il potere di Satana ma, quando saranno realizzati i segreti che vi sono stati affidati, il suo potere verrà distrutto. Gia ora egli comincia a perdere il suo potere e perciò é diventato ancora più aggressivo: distrugge i matrimoni, solleva discordie anche tra le anime consacrate, causa ossessioni, provoca omicidi. Proteggetevi dunque con il digiuno e la preghiera, soprattutto con la preghiera comunitaria. Portate addosso oggetti benedetti e poneteli anche nelle vostre case. E riprendete l’uso dell’acqua benedetta!

Che il Signore Gesù ci doni la grazia della masuetudine e dell’amore vicendevole.

Un caldo saluto a tutti.

La coroncina alla Divina Misericordia

imagesQuesta preghiera era stata dettata a suor Faustina da Gesù il 13 e il 14 settembre 1935 a Vilnius. Nella sua cella ha avuto la visione di un angelo, venuto a castigare la terra per i peccati. Quando ha visto questo segno dell’ira di Dio ha cominciato a chiedere all’angelo di attendere ancora poiché‚ il mondo avrebbe fatto penitenza. Quando però si è trovata al cospetto della Santissima Trinità non ha avuto il coraggio di ripetere la supplica. Solo quando nell’anima ha sentito la forza della grazia di Gesù ha cominciato a pregare con le parole che ha udito interiormente (erano le parole della coroncina alla Divina Misericordia) e allora ha visto che il castigo è stato allontanato dalla terra. Il mattino dopo, entrata in cappella, Gesù ancora una volta le ha insegnato con esattezza come bisogna recitare questa preghiera. (Q. I, p. 192 – Q. I, p. 193).

Don I. Rozycki spiegando il contenuto della coroncina dice che in essa offriamo a Dio Padre “il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità” di Gesù Cristo, Figlio di Dio, cioè la Sua Divina Persona e la Sua Umanità, non la stessa natura di Dio, che è comune al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo e come tale non può essere offerta a Dio Padre. Possiamo invece offrire tutta la Persona del Figlio di Dio Incarnato, poiché‚ Egli stesso “ha dato se stesso per noi quale offerta e sacrificio” (Ef 5,2).

Recitando la coroncina ci uniamo all’offerta di Gesù fatta sulla croce “in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero”. In essa offriamo a Dio Padre il Suo Amatissimo Figlio e dunque ci appelliamo al “motivo più forte per essere esauditi da Dio” (R., p. 27).

Sui grani dell’Ave Maria del Rosario ripetiamo: “Per la Sua dolorosa passione abbi misericordia di noi e del mondo intero”, che significa – secondo lo spirito della devozione – appellarsi non tanto alla riparazione fatta da Cristo sulla croce, quanto alla Sua misericordia, che vuole offrirsi agli uomini.

La recita di questa preghiera è anche un atto di misericordia, poiché‚ in essa chiediamo “la misericordia per noi e per il mondo intero”. Il pronome “noi” sta a significare, secondo la spiegazione di don I. Rozycki, la persona che recita la preghiera e coloro per i quali desidera o è obbligata a pregare. Invece “il mondo intero” – sono tutte le persone che vivono sulla terra e le anime che soffrono in purgatorio.

La formula della coroncina è destinata alla recita comunitaria o individuale, senza differenza, e perciò non bisogna cambiare n‚ le persone dei verbi n‚ aggiungere altre parole. La trasformazione invece delle parole nell’espressione: “mondo intero” a “tutto il mondo” è corretta, perché‚ in nulla cambia il testo della coroncina ed è più esatta nella lingua polacca.

Gesù ha legato alla recita di questa coroncina una promessa generale e promesse particolari:

- La promessa generale legata alla Coroncina è:

“Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno” (Q. V, p. 508). “Con essa – ha detto un’ altra volta Gesù – otterrai tutto, se quello che chiedi è conforme alla Mia volontà” (Q. VI, p. 568). La volontà di Dio è espressione del Suo amore per l’uomo, dunque tutto ciò che è in disaccordo con essa o è un male o è dannoso e non può essere dispensato neanche da Padre migliore.

- Le promesse particolari legate alla Coroncina riguardano l’ora della morte:

“Chiunque la reciterà otterrà tanta misericordia nell’ora della morte. (…) Anche se si trattasse del peccatore più incallito se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia della Mia infinita misericordia” (Q. II, p. 263). Si tratta qui della grazia della conversione e di una morte nel timore di Dio e nello stato di grazia. La grandezza della promessa consiste nel fatto che condizione per ottenere la grazia è recitare almeno una volta tutta la coroncina così come Gesù l’ha chiesto con fiducia, umiltà e dolore per i peccati. La stessa grazia – di conversione e remissione dei peccati – sarà ricevuta dagli agonizzanti, se recitata appunto  accanto a un moribondo; Gesù infatti dice:

Mi metterò fra il Padre e l’anima agonizzante non  come giusto Giudice, ma come Salvatore Misericordioso.

Gesù ha fatto notare tre condizioni necessarie perché‚ le preghiere in quell’ora siano esaudite:

- la preghiera deve essere diretta a Gesù e dovrebbe aver luogo alle tre del pomeriggio;

- deve riferirsi ai meriti della Sua dolorosa passione.

“In quell’ora – dice Gesù – non rifiuterò nulla all’anima che Mi prega per la Mia Passione” (Q. IV, p. 440). Bisogna aggiungere ancora che l’intenzione della preghiera deve essere in accordo con la volontà di Dio, e la preghiera deve essere fiduciosa, costante e unita alla pratica della carità attiva verso il prossimo, condizione di ogni forma del culto della Divina Misericordia.

La recita della Coroncina deve essere così composta
All’inizio il Segno di Croce : Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

Segue:

Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la Tua Volontà come in celo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non c’indurre in tentazione ma, liberaci del male. Amen

Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con Te, Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Amen

Credo in Dio, Padre Onnipotente, Creatore del celo e della terra e in Gesù Cristo suo unico figlio il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto ponzio pilato, fu crocefisso, morì e fu sepolto. Discese agli inferi. Il terzo giorno risuscitò da morte, salì a celo e siede alla destra di Dio Padre Onnipotente, di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi, la Remissione dei peccati, la Resurrezione della carne e la Vita Eterna. Amen

sui grani del Padre Nostro o che sono comunque staccati dalla decina successiva si recita:

Eterno Padre, ti offro il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

sui grandi dell’ave maria si recita per dieci volte consecutivamente:

Per la sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

dopo aver ripetuto la sequenza per 5 volte alla fine si recita per 3 volte consecutivamente:

Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero

Si conclude la preghiera facendosi li segno della Croce: nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

L’ora della Misericordia
Nell’ottobre 1937 a Cracovia, in circostanze non meglio specificate da Suor Faustina, Gesù ha raccomandato di onorare l’ora della propria morte, che lui stesso ha chiamato “un’ora di grande misericordia per il mondo intero” (Q. IV pag. 440). “In quell’ora – ha detto successivamente – fu fatta grazia al mondo intero, la misericordia vinse la giustizia” (Q V, pag. 517).

Gesù ha insegnato a suor Faustina come celebrare l’ora della Misericordia e ha raccomandato di:

  • invocare la misericordia di Dio per tutto il mondo, soprattutto per i peccatori;
  • meditare la Sua passione, soprattutto l’abbandono nel momento dell’agonia e, in quel caso ha promesso la grazia della comprensione del suo valore.
  • Consigliava in modo particolare: “in quell’ora cerca di fare la Via Crucis, se i tuoi impegni lo permettono e se non puoi fare la Via crucis entra almeno per un momento in cappella ed onora il mio Cuore che nel SS.mo Sacramento è pieno di misericordia. E se non puoi andare in cappella, raccogliti in preghiera almeno per un breve momento là dove ti trovi” (Q V, pag. 517).

Diffusione del culto della Divina Misericordia
Parlando delle forme di devozione alla Divina Misericordia don I. Rozycki menziona anche la diffusione del culto della Misericordia, poiché‚ anche a questa forma sono legate promesse. A tutti promette protezione materna durante l’intera esistenza e “tutte le anime che adoreranno la Mia misericordia e ne diffonderanno il culto (…) queste anime nell’ora della morte non avranno paura. La Mia misericordia le proteggerà in quell’ultima lotta” (Q. V, p. 508).

A tutti sono dirette dunque due promesse:

- la prima riguarda la protezione materna in tutta la vita,

- la seconda riguarda l’ora della morte.

Un particolare invito Gesù rivolge ai sacerdoti assicurando che “i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole, quando essi parleranno della Mia sconfinata misericordia e della compassione che ho per loro nel Mio Cuore” (Q. V, p. 504).

Gesù non definisce – oltre all’omelia – altri modi di diffusione del culto della Misericordia, dunque essi possono essere intesi abbastanza largamente. Essere apostolo della Misericordia di Dio significa innanzitutto dare testimonianza di vita nello spirito di fiducia in Dio e di misericordia verso il prossimo. Tale esempio ci ha lasciato suor Faustina, esempio che attira gli altri alla fiducia totale in Dio infinitamente buono e onnipotente, e a fare atti di carità verso il prossimo.

L’Apostolato della Divina Misericordia
Nel Diario di suor Faustina si parla anche della questione della cosiddetta “nuova congregazione”. Da una lettura superficiale degli appunti dell’Apostola della Divina Misericordia si potrebbe dedurre che Gesù le ha chiesto la fondazione di una congregazione, a cui ha affidato il compito di proclamare e chiedere la misericordia di Dio per il mondo intero. Un’analisi più profonda degli scritti di suor Faustina porta invece alla conclusione che non si tratta qui di una nuova congregazione, ma di un grande gruppo di apostolato nello spirito della devozione alla Divina Misericordia, apostoli che debbono svolgere i compiti prima menzionati nel momento attuale della storia della Chiesa e del mondo.

Bisogna sottolineare che Gesù neanche una volta ha usato la definizione “nuova congregazione”. A suor Faustina diceva: “tu e le tue compagne”, “tale congregazione” oppure “questa congregazione”. Ha definito tuttavia in modo molto chiaro le sue richieste, riguardanti i compiti e lo spirito di quella comunità. “Unitamente alle tue compagne, dovrai impetrare la misericordia per voi stesse e per il mondo” (Q. I, p. 179) – ha detto Gesù. “Concilierai la terra col cielo, mitigherai la giusta collera di Dio” (Q. II, p. 8). Questa era la prima richiesta, mentre la seconda era: “Penetra nei Miei segreti e conoscerai l’abisso della Mia misericordia verso le creature e la mia bontà insondabile e questa farai conoscere al mondo” (Q. I, p. 180). Affinché‚ la misericordia divina possa essere conosciuta e diffusa efficacemente in tutto il mondo peccatore, Gesù desidera una particolare preghiera per i sacerdoti e i religiosi. “Affido alle tue cure due perle preziose per il Mio Cuore, che sono le anime dei sacerdoti e le anime dei religiosi; per loro pregherai in modo particolare; la loro forza dipenderà dal vostro annientamento” (Q. II, p. 212). Gesù ha definito invece lo spirito di questa comunità in modo molto breve, dicendo: “La vostra vita deve essere modellata su di Me, dalla mangiatoia alla morte in croce” (Q. I, p. 180).

Suor Faustina inizialmente credeva che si trattasse di una nuova congregazione, che invocasse la misericordia di Dio per il mondo, proclamasse l’infinita bontà di Dio e vivesse radicalmente il Vangelo, imitando Cristo “dalla mangiatoia alla croce”. Man mano che passava il tempo però e con nuove esperienze e illuminazioni divine, ha capito che non si tratta solo di una congregazione contemplativa, che lei stessa voleva fondare e per la quale ha perfino tracciato una regola, ma anche di una congregazione attiva, maschile e femminile e di un ampio gruppo di persone nel mondo.

Il 27 giugno 1938 ha scritto nel Diario: “Il Signore mi ha fatto conoscere la sua volontà quasi in tre sfumature, pur essendo una cosa sola” (Q. III, p. 393). Così dunque questa “nuova congregazione” possiede come “tre forme”.

La prima è costituita dalle “anime isolate dal mondo/ che/ arderanno come vittime davanti al trono di Dio ed impetreranno la misericordia per il mondo intero… Ed imploreranno benedizioni per i sacerdoti e con la loro preghiera prepareranno il mondo per la venuta finale di Gesù” (Q. III, p. 393).

La seconda “sfumatura” sono le congregazioni che uniscono la preghiera agli atti di misericordia. “In modo particolare proteggeranno dal male le anime dei bambini (…) si impegneranno a risvegliare l’amore e la misericordia di Gesù nel mondo pieno di egoismo” (Q. III, p. 393).

La terza “sfumatura” deve essere costituita dalle persone che vivono fuori dai conventi. A questo gruppo “possono appartenere tutte le persone che vivono nel mondo”, che pregheranno e compiranno azioni di misericordia, almeno una al giorno. Pur non essendo “vincolati da alcun voto”, tuttavia “parteciperanno a tutti i meriti e privilegi della comunità” (Q. III, p. 393).

Come si deduce dalla descrizione di suor Faustina, non si tratta di una congregazione in senso stretto, ma di una unica grande comunità di persone, di varie condizioni e vocazioni, che sono unite dal mistero della Divina Misericordia. E’ una comunità di persone, che attraverso la pratica della devozione alla Misericordia divina vive con lo spirito evangelico di fiducia e di misericordia e cerca di realizzare i compiti che Gesù ha affidato a suor Faustina: invocare la misericordia di Dio per il mondo e proclamare in modo particolare questo mistero di fede al mondo intero.

Gli stessi compiti – professare e proclamare la misericordia di Dio al mondo smarrito, fare opere di misericordia e invocare la pietà di Dio sull’umanità – sono stati affidati dal Santo Padre Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa. Del resto la Chiesa ha vissuto questo spirito nei primi secoli della cristianità, di cui ci parlano gli scritti dei Padri della Chiesa.

Oggi viviamo in un’epoca di decadimento di molti valori fondamentali non solo cristiani, ma “semplicemente della morale umana, della cultura morale”. Da qui nasce l’invocazione alla misericordia di Dio e la proclamazione di questa verità di fede sembra una condizione indiscutibile per la rinascita dell’umanità e della pace nel mondo. “Per quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per quanto marcata l’eterogeneità della civiltà contemporanea, per quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tuttavia tanto più grande deve essere la vicinanza a quel mistero che nascosto da secoli in Dio, è poi stato realmente partecipato nel tempo all’uomo mediante Gesù Cristo” (Dives in misericordia, 15).

Al centro della grande comunità di devoti e di apostoli della Divina Misericordia c’è la figura di suor Faustina. Ella, in modo perfetto, ha realizzato nella sua vita lo spirito e i compiti che Gesù ha posto davanti a lei e alla “nuova congregazione”. I tentativi di fondare la “nuova congregazione” erano per lei esperienza della “notte mistica”. Grazie ad essa suor Faustina ha raggiunto le vette della mistica ed è diventata un modello visibile della via alla santità e dell’apostolato per tutti coloro che sono attratti dal mistero di Dio e dal desiderio di rendere felici gli altri.In Polonia e oltre i suoi confini molti sacerdoti, molte congregazioni religiose e persone laiche si sono unite in diversi modi a questa grande comunità di devoti e apostoli della Misericordia di Dio. Sono sorti e continuano a nascere nuovi istituti di vita consacrata, che si dedicano a tale scopo, gruppi di preghiera e quelli che all’orazione uniscono l’attività caritativa, vivendo nel mondo. Ci sono pure molte persone che non appartengono ad alcun gruppo, ma vivono lo spirito della devozione alla Divina Misericordia e in questo modo appartengono a quella grande comunità di devoti e apostoli della Divina Misericordia.

Speriamo che le persone coinvolte in questa opera siano sempre più numerose, poiché‚ il mondo ha bisogno di vivi testimoni di Dio e di mani unite nella preghiera per impetrare la misericordia, perché‚ – come ha detto Gesù a suor Faustina – “l’umanità non troverà pace, finché‚ non si rivolgerà con fiducia alla Mia misericordia” (Q. I, p. 132).

Sant’Antonio di Padova

di Francesca Pannuti

santantDuecentomila furono i pellegrini che si affollarono a Padova nei pochi giorni (dal 15 al 20 febbraio 2010) in cui le Spoglie mortali di sant’Antonio furono esposte, nella Basilica del Santo, alla pubblica venerazione, in occasione del loro trasferimento nella cappella dell’Arca, di recente restaurata. Il Santo dei miracoli non cessa di stupire ancora oggi. Altro motivo di meraviglia è, senz’altro, che il nome di tale santo sia tuttora conosciuto e venerato in quasi tutto il mondo. Quello che più colpisce, però, è che la sua predicazione, sicuramente meno nota dei suoi miracoli, proponeva dei contenuti che oggi ci sorprenderebbero per la loro serietà e originalità, severità e gioiosità, correttezza e luminosità, verità e bellezza, franchezza tale da colpire qualunque categoria di peccatori, anche ecclesiastici, e profondo senso della misericordia. E nonostante ciò era tale la quantità di persone che accorreva ad ascoltarlo, che sant’Antonio era costretto a parlare nelle piazze, perché le Chiese non erano in grado di accogliere la massa dei fedeli.

Conosciamo il contenuto della sua predicazione dalle fonti biografiche e dai suoi scritti, i Sermones. Tale opera, però, pur avendo come struttura esterna quella tipica del sermone o predica, tuttavia ha come suoi destinatari i frati e così racchiude in sé la natura di opera teologica e di aiuto alla predicazione. Non dimentichiamo, infatti, che al nostro Santo è attribuita l’apertura della prima scuola teologica a Bologna, alle Pugliole. In tutti i modi, i Sermones sono ricchi di una dottrina solidissima contenente un deciso appello alla santità, rivolto a tutti ed esposto in modo tutt’altro che sistematico, bensì affascinante ed insieme incisivo. Il richiamo alla virtù è fermissimo, la denuncia del peccato contiene una severità per noi inaspettata. Eppure le folle lo seguivano, le conversioni si moltiplicavano.

In tale opera vengono affrontati tantissimi temi, quali i vari tipi di vizi, di peccati, di peccatori, la povertà, la misericordia, la Madonna e svariati altri, in modo originalissimo per la nostra sensibilità. Però il tema sicuramente più ricorrente è quello della Penitenza e dei suoi vari aspetti. Tale termine, in sant’Antonio, spesso è riferito al sacramento della Confessione, talvolta alla soddisfazione in particolare, talaltra al cammino penitenziale del cristiano, in generale. Essa si sviluppa in varie fasi rappresentate dalle “sei brocche”, di cui si parla nel miracolo compiuto da Cristo a Cana: la contrizione, la confessione, la soddisfazione, la quale, a sua volta, si esplica mediante l’orazione, il digiuno e l’elemosina. L’evento del miracolo, che si ripete nell’anima penitente, porterà via le lacrime da ogni volto per condurre al gaudio celeste, rappresentato dal “vino”; in particolare, trasformerà il dolore della contrizione nella gioia del cuore, la confessione nella lode divina, la fatica della preghiera nella contemplazione della Trinità e Unità di Dio, il digiuno nella letizia della vendemmia purificata dalla feccia, la duplice elemosina, costituita dall’elargizione del beneficio temporale e del perdono, nella gioia della glorificazione del corpo e dell’anima.

Come si può notare, la rigorosa dottrina su tale sacramento viene comunemente presentata utilizzando le splendide immagini presenti in modo sovrabbondante nella sacra Scrittura ed interpretate nel solco della ricchissima tradizione patristica che sant’Antonio conosceva bene.

Così, dunque, il Santo ci guida per la via della salvezza, passo dopo passo. Il penitente, infatti, è invitato subito ad aggrapparsi alla “seconda tavola del naufragio”, il sacramento della penitenza, dopo aver volto lo sguardo a Cristo crocifisso per contemplare l’immenso dolore con cui Egli ha partorito la Chiesa. Qui comprende anche l’altezza della nostra dignità e quanto mortali furono le ferite del peccato, che nessuna medicina avrebbe potuto guarire tranne il sangue del Figlio di Dio. La fede e la grazia, paragonata al “sole” che illumina la “terra” della nostra anima, sono, pertanto, i presupposti indispensabili della vera contrizione, la quale deve essere un’immersione dolorosa nelle piaghe di Cristo per contemplare il prezzo pagato per il peccato. Così il nostro cuore viene tritato (“tritum”), cioè spezzato col martello della contrizione e diviso in molte parti, tante quanti sono i peccati mortali; esso deve essere anche con-trito (“contritum”), cioè “tritato insieme”, in modo generale per tutti i peccati commessi. Al dolore si unisce anche la profonda consapevolezza della misericordia di Dio, la speranza di ricevere una vita nuova e di risorgere nella Beatitudine eterna. In tal modo, la gioia e la riconoscenza accompagnano sempre la vita del penitente. Cristo infatti dice: «Non temete, perché i deserti hanno prodotto splendidi germogli. […] Germogli splendidi del deserto, dunque, sono gli uomini di penitenza, che germogliano nella contrizione. Come, infatti, il germoglio è inizio del fiore, così essi iniziano sempre e si rinnovano di giorno in giorno. Non temete, […], perché, come quelli, anche voi sarete splendidi»  (Cfr. Gl 2, 22, SANT’ANTONIO, Sermones, II, Domenica XXIII dopo Pentecoste, n. 2).

L’amore, la speranza, il desiderio dei beni eterni, quindi, sono disposizioni necessarie alla contrizione, nella quale il penitente dovrà manifestare profondo timore, umiltà e senso della giustizia; in essa, infatti, egli, con le sue lacrime, giudica se stesso e condanna le sue azioni, nella consapevolezza che i suoi peccati hanno dato la morte all’anima, hanno perso la gloria e acquistato l’inferno.

Lacrime, umiltà, timore, inferno: sono termini, questi, che oggi si sentono di rado, perché si ha paura di spaventare i fedeli o si teme di essere poco “moderni”. Tuttavia, come si nota dalle pagine di sant’Antonio, non si riceve mai un senso di opprimente pesantezza, in quanto, anche laddove la dottrina è presentata nella sua interezza e nel modo più severo, vi si trova sempre l’accostamento armonioso tra giustizia e misericordia, tra verità e carità. Il tutto presentato con abbondanza di immagini luminose. Sant’Antonio, invero, ha la grande capacità di prendere molto sul serio il testo biblico, che conosceva a memoria e amava profondamente, così da non trascurare di valorizzare anche la più insignificante delle immagini, presente in esso, per trarne fuori il significato più profondo, sulla scorta dei commenti dei Padri. Ne risulta una straordinaria valorizzazione della loro bellezza, che oggi rischiamo di perdere, a causa di un diffuso disprezzo per l’immagine, che si manifesta nella trascuratezza o nella manipolazione di quella (per un approfondimento del tema si può vedere il mio La difesa delle immagini. Tra fede e ragione, Fede & cultura, 2010).

Il senso della misericordia di Dio che ha sant’Antonio, poi, non scade mai nel “buonismo”, bensì si congiunge sempre ad una visione autentica della giustizia, che esalta l’uomo nella sua dignità di essere responsabile, il quale esige di riparare le offese commesse.

La contrizione, dunque, produrrà, in virtù del sangue versato dalla mano di Cristo, inchiodata sulla croce, la remissione della colpa e della pena eterna, trasformata in pena del purgatorio, allorché il penitente avrà espresso il fermo proposito di confessarsi. E’ in quel momento che la grazia viene effusa nell’anima, ripiena così di una nuova pace.

In tal modo, il penitente, ripieno di Spirito santo al pari di Cristo dopo il battesimo, viene condotto nel “deserto” della confessione, dove, in virtù dell’accusa integra dei peccati, delle lacrime di contrizione, dell’umiltà del cuore e dell’atteggiamento, il demonio non osa più procedere alla tentazione.

La confessione, poi, al pari del “deserto”, è anche “inabitabile”, perché segreta. Colui che violasse questo mandato sarebbe considerato vero figlio del demonio dato che il penitente parla al sacerdote non come a un uomo, bensì come a Dio.

Bellissimo è poi il paragone della confessione col parto. Anch’essa deve essere vissuta con fatica e dolore, per generare poi la gioia che nasce dalla speranza del perdono. L’aiuto del confessore è simile a quello proprio dell’ostetrica.

L’uso di questo sacramento, secondo sant’Antonio, deve essere perseverante. Egli, lamentando il fatto che c’è chi si confessa solo una volta all’anno, raccomanda come necessaria (sic!) la confessione giornaliera per la frequenza dei nostri peccati e l’incertezza della vita. Questo richiamo, a mio avviso, non deve essere preso nel senso che si pecchi gravemente nel caso in cui esso non venga rispettato, ma nel senso di un invito a riflettere sulle severe esigenze della vita cristiana in uno stato, come il nostro, di grande debolezza, precarietà ed inclinazione al male.

Infine, la confessione va considerata come vero giudizio, mediante il quale viene anticipato quello al quale verremo sottoposti al termine della vita.

Giudizio, quindi, nella confessione, giustizia nella soddisfazione. Quest’ultima è necessaria, insieme al perdono delle offese ricevute, alla restituzione dei beni sottratti al prossimo, al proposito di non offendere più Dio, affinché vengano rimessi tutti i peccati. In essa il penitente “punisce” se stesso in un mirabile “commercio” nel quale i beni terreni vengono “venduti” in cambio dei beni eterni. Quindi, se è amara la penitenza, tuttavia è anche “felix”, “felice, fortunata”, perché nella coscienza nasce la bellezza della pace, la fiducia del comportamento santo, la ricchezza della carità fraterna.

Effetti di tutte e tre le parti della penitenza, tra loro ben collegate, sono la remissione dei peccati, l’infusione della grazia e il premio della vita eterna.

“Banchetto nuziale”, dunque, viene definito quello delle “triplici nozze”: le prime celebrate nel seno della Vergine Maria tra Dio e l’umanità, le seconde consumate nella penitenza ogni volta che, in virtù dello Spirito santo, l’anima riconciliata si unisce a Cristo nella coscienza pura, le terze, nel giorno del giudizio finale, tra lo sposo Cristo e la Chiesa Sua sposa.

Questa brevissima ed incompleta sintesi della dottrina penitenziale antoniana ha il solo scopo di suscitare nel lettore il desiderio di accostarsi a tali bellissimi testi, che sono disponibili nella versione italiana e nella più pregnante e ricca versione originale latina, per poter attingere a tale preziosissimo insegnamento. In tal modo la devozione al Santo potrà avere il sigillo dell’autenticità nell’ascolto della sua predicazione e nell’imitazione del suo esempio.

Sant’Antonio, invero, non mostrò la sua passione per la confessione solo con le sue parole, bensì, fedele all’impegno di insegnare ciò che si pratica, nella predicazione quaresimale fatta a Padova poco tempo prima di morire, confessava fino al tramonto del sole, in stato di infermità e spesso digiuno. Poi morì “cantando” come il cigno (secondo una bellissima immagine, propria del Santo, che esorta il penitente a “cantare bene” nella confessione): dopo essersi confessato, al termine del canto O gloriosa Signora, infatti, il Santo rispose: “Vedo il mio Signore” al fratello che gli chiedeva che cosa vedesse, avendo notato lo sguardo estatico del morente (Fonti agiografiche antoniane, vita prima del Beato Antonio detta anche Legenda “Assidua”, a cura di V. Gamboso, Messaggero, Padova, 1986, c. 17, p. 367).Infine, se qualcuno, gravato di una colpa, si avvicinava al suo corpo per impetrare la guarigione, non la otteneva se prima non si era confessato.

 pellegrinaggio agosto 2013

Senza Medjugorje non avrei potuto interpretare il ruolo di Gesù nel film “PASSION CHRISTI”

12915__caviezel_lJim Caviezel, attore statunitense, figlio di un medico oriundo svizzero-slovacco e di una irlandese, è diventato famoso in tutto il mondo per aver interpretato il ruolo di Gesù nel film “Passion Christi” di Mel Gibson.

Le toccanti scene della flagellazione e della crocifissione di Gesù hanno originato molte discussioni sulla fede. In relazione a questo film si è parlato delle conversioni che hanno sperimentato alcuni spettatori. Chi è questo Jim Caviezel che ha recitato in modo così toccante?

In una intervista, rilasciata alla rivista “Oasi della Pace”, ha dichiarato che senza le sue esperienze a Medjugorje, dove gli è stata donata una nuova dimensione della fede, non avrebbe potuto interpretare questo ruolo. L’attore, che nello scorso febbraio ha visitato Medjugorje per la sesta volta, di passaggio a Vienna, ha rilasciato al dott. Christian Stelzer l’ intervista qui di seguito riportata.

 

 

Jim, potresti raccontaci la tua esperienza a Medjugorje?

Mentre giravo in Irlanda il film “Montecristo”, mia moglie si recò a Medjugorje. Le cose non andavano tanto bene in quel momento anche se ogni settimana lavoravo sette giorni su sette. Un giorno mi telefonò e io dalla sua voce avvertii che c’era stato un cambiamento in lei. Mi cominciò a raccontare di Medjugorje e disse che uno dei veggenti sarebbe venuto in Irlanda. La interruppi con queste parole: “ Io ho un lavoro molto importante da fare. Non posso trovare il tempo per i veggenti” Per di più pensai che io, come cattolico, non dovevo necessariamente accettare né Fatima né Lourdes né Medjugorje. Queste furono le mie riflessioni. E in più mi ricordai che avevo già sentito parlare delle apparizioni di Medjugorje quando frequentavo la scuola cattolica e che io e i miei compagni eravamo molto colpiti, ma, alla notizia che il vescovo del posto aveva dichiarato che le apparizioni non erano vere, avevamo perso ogni interesse. Il veggente di Medjugorje, Ivan Dragicevic, venne in Irlanda. Da parte mia ero certo che non avrei avuto tempo per lui poiché dovevo lavorare tutti i giorni. E tuttavia un giovedì il mio partner nel film, Richard Harris, si sentì improvvisamente male ed io così fui libero per il resto della giornata. Potei così assistere all’apparizione. Stavo in fondo alla chiesa piena di gente e non avevo idea di ciò che sarebbe successo…….. Nel momento dell’apparizione un uomo accanto a me si alzò dalla sua sedia a rotelle e si lasciò cadere in ginocchio; io fui molto colpito: “Questo invalido – pensai – nonostante il suo dolore, s’inginocchia sulle fredde pietre del pavimento per pregare!” Oggi so che solo Dio poteva sapere esattamente quando e come afferrarmi. Anche se può sembrare assurdo, la domenica successiva inaspettatamente fui ancora libero e così potei incontrare il veggente, come tanto desiderava mia moglie. Durante l’apparizione, inginocchiato accanto a lui, dissi nel mio cuore: “OK, sono qui. Sono pronto. Fai di me quello che vuoi.” In quello stesso momento sentii che qualcosa penetrava in me ; era una sensazione semplice eppure unica. Quando mi rialzai gli occhi mi si riempirono di lagrime e cominciai a piangere con tutto il cuore.

Con Medjugorje avevo cominciato a credere che Gesù è veramente presente nell’Eucarestia e che perdona i miei peccati.

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Ivan mi disse:

“Jim, l’uomo ha tempo per ciò che ama. Se uno che non ha tempo, improvvisamente incontra una ragazza e se ne innamora, allora lo trova il tempo per lei. Chi non ha tempo per Dio è perché non Lo ama.” Mi domandai impressionato se io avessi tempo per Dio. Ivan continuò: ”Dio ti chiama e ti invita a pregare con il cuore”. “Come si fa?” gli chiesi. “Comincia a pregare e vedrai”. In quel momento si aprì una finestra nel mio cuore. Mai prima di allora avevo pensato che potesse essere possibile. Andammo poi in un ristorante e devo confessare che il cibo ed il vino non mi sono mai più così piaciuti come quella sera. In me qualcosa cominciò a cambiare. Varie volte mia moglie aveva provato a coinvolgermi nella recita del rosario, ma io mi ero rifiutato. Adesso però lo volevo recitare, anche se non sapevo esattamente come si faceva. Avevo l’impressione che il mio cuore si era aperto solo per questo. Un giorno mi rivolsi all’autista, che ogni giorno mi portava sul set, dicendogli: ”Non so come voi la pensiate, ma io desidero recitare il rosario.” Con mia sorpresa ricevetti questa risposta: “OK, lo facciamo”. Alla debole luce di questo amore, che ora sentivo in me, cominciai a riconoscere dove io veramente stavo, quante tentazioni avevo, dov’erano i miei sentimenti, come io ero fragile e come giudicassi dentro di me gli altri.

 

In quale anno sei andato per la prima volta a Medjugorje?

Dopo le ultime riprese del film, che si svolsero a Malta, mi decisi ad andare a Medjugorje. Dentro di me ero pieno di aspettative. All’età di venti anni c’era stata come una voce dall’intimo che mi aveva detto che sarei stato un attore. Quando, a quell’epoca, lo raccontai a mio padre ebbi da lui questa risposta: “Se Dio vuole da te qualcosa, allora l’unica cosa certa è che diventerai prete. Perché dovresti diventare un attore?” Neanche io lo capii a quell’epoca. In questo momento mi posi di nuovo la domanda se la volontà di Dio su di me fosse quella di diventare attore e pertanto quella di guadagnare tanto denaro e diventare ricco. Mi rendevo conto della disuguaglianza nel mondo tra quei pochi che hanno fin troppo e quei tanti che non hanno il sufficiente per vivere ed ero sicuro che Dio non volesse ciò e che dovevo dunque decidere chi volessi servire o la ricchezza che non può darmi una felicità durevole o Dio che voleva guidare la mia vita.

Medjugorje mi richiamò alla mente Betlemme e pensai che, come Gesù aveva voluto nascere in un piccolo villaggio, così la Madonna appariva qui, in questo povero paese “in mezzo alle montagne”. (Questa è la traduzione dal croato del nome Medjugorje) All’inizio fui sorpreso vedendo quanto tempo qui era dedicato alla preghiera. Feci un parallelo con un campo di basket e pensai che anche lì non si gioca una sola volta al giorno, ma continuamente. E tutto sommato anche nella scuola non si legge una volta al giorno, ma continuamente. Durante i primi giorni a Medjugorje dentro di me ero irrequieto durante la preghiera poiché non ero abituato a pregare così tanto e perciò pregai Dio di aiutarmi. Dopo quattro giorni non volevo far altro che pregare poiché nella preghiera mi sentivo in comunione con Dio. E’ questa una tale esperienza che non posso far altro che augurarla ad ogni cattolico. Forse l’avevo già avuta da bambino e poi l’avevo dimenticata; ora mi veniva di nuovo donata. Questa esperienza è continuata anche a casa. In famiglia partecipiamo insieme ai sacramenti. Mentre accompagno i figli a scuola recito con loro il rosario e, se a volte non inizio subito, comincia mio figlio a pregare. La seconda volta che andai a Medjugorje cercai di ripetere la stessa esperienza della prima visita. Questa volta, però, fu differente. Un giorno, dopo pranzo, un gruppo di pellegrini mi invitò ad andare a Siroki Brijeg per visitare Padre Jozo Zovko. Era proprio quello che più desiderava mia moglie. Non conoscevo Padre Jozo, ma lo sentii dire alcune cose che mi commossero molto. Andai verso di lui ed egli mi pose le mani sulle spalle, così anche io feci lo stesso sulle sue. Poi mi impose le mani sul capo e anche io feci altrettanto sul suo. In quel momento io sentii dentro di me queste parole: ” Ti voglio bene, fratello. Quest’uomo ama Gesù.” Padre Jozo si rivolse allora all’interprete chiedendo in croato chi fossi e dicendo che voleva parlare con me. Questo fu l’inizio di un’amicizia che dura ancora. “ Quando sentii Papa Giovanni Paolo II esortarci a non aver paura, pensai che tutto per me andava bene e che io non avevo motivo di avere paura. Durante le riprese della “Passione di Cristo” cominciai, però, a comprendere che oggi più che mai la figura del Cristo è controversa. Quando avevo appena concluso le riprese della “Passione di Cristo” dovetti sperimentare più volte varie forze che volevano distogliermi dal girare quel film.

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Puoi raccontarci perché hai vissuto così questa esperienza e che rapporto c’è tra il film e Medjugorje?

Tu forse conosci il detto “passare il Rubicone”, che significa che non puoi più tornare indietro. Ecco, per me il film “La Passione di Cristo” è stato questo. Avevo 33 anni quando è iniziata la lavorazione del film, cioè tanti quanti ne aveva Gesù quando fu crocifisso. Mi veniva sempre il dubbio se ero degno di interpretare Gesù. Ivan Dragicevic mi incoraggiava e diceva che Gesù non sempre sceglie i migliori e che lui stesso era la prova di questo. Senza Medjugorje, che ha aperto il mio cuore alla preghiera e ai sacramenti, non avrei interpretato questo ruolo. Sapevo che, se volevo rappresentare Gesù, dovevo essere vicinissimo a lui. Ogni giorno mi confessavo ed adoravo il SS Sacramento. Anche Mel Gibson partecipava alla messa, se era celebrata in latino, e questo fu un bene per me poiché imparai il latino. Sempre mi venivano tentazioni dalle quali mi dovevo difendere e in questa lotta sperimentavo una grande pace interiore. Per esempio nella scena dove Maria, la Madonna, si imbatte in Suo Figlio mentre porta la croce, io dovevo dire la seguente battuta: ”Guarda, io faccio ogni cosa nuova” Abbiamo ripetuto questa scena quattro volte, ma io sentivo che c’ero sempre io in primo piano. Poi qualcuno urtò contro la croce ed io sentii la mia spalla sinistra uscire dall’articolazione. Quel subitaneo tremendo dolore mi fece perdere l’equilibrio e caddi pesantemente a terra. Sbattei il viso sulla terra polverosa e mi uscì il sangue dal naso e dalla bocca. Ripetei le parole alla Madre: ”Guarda, io faccio ogni cosa nuova”. Il dolore alla spalla era indescrivibile mentre lentamente abbracciavo la croce ed io sentivo che la scena era di grande impatto. Io avevo cessato di recitare ed era Gesù che si vedeva. La scena era venuta fuori quasi come risposta alla mia preghiera: “Voglio che gli spettatori vedano te, Gesù, non me”. Durante le riprese non so quanti rosari recitai e questo mi fece vivere in un’atmosfera particolare. Mi rendevo conto che non potevo bestemmiare o lasciarmi andare, se volevo comunicare qualcosa alla troupe dei miei collaboratori. Erano attori famosi, che nella maggior parte dei casi non conoscevano Medjugorje, e noi eravamo felici di averli. Come avrei potuto trasmettere loro qualcosa di Medjugorje se non con la mia stessa vita? Medjugorje significa per me vivere, attraverso i sacramenti, in unità con la Chiesa. Con Medjugorje avevo cominciato a credere che Gesù è veramente presente nell’Eucarestia e che perdona i miei peccati. Con Medjugorje ho sperimentato quanto è potente la preghiera del rosario e quale dono rappresenta la Messa quotidiana. Come posso aiutare le persone, se non credendo in Gesù? Ho idea che questo possa accadere quando Gesù Eucarestia è in me e quando le persone, attraverso la mia vita, scorgono Gesù. Quando girammo la scena dell’ultima cena, io avevo, in tasche speciali all’interno della mia veste, alcune reliquie di santi e anche un pezzetto della croce di Cristo. Era così grande il mio desiderio che Gesù fosse presente che pregai un sacerdote di esporre il Santissimo. Sulle prime rifiutò, ma io lo pregai insistentemente perché ero convinto che, se io avessi fissato Gesù, gli spettatori avrebbero riconosciuto Lui in me. Il sacerdote, con l’Ostia consacrata nelle mani, si mise poco dietro il cameramen e insieme a lui si avvicinava a me. Quando gli spettatori vedono la luce nei miei occhi non si rendono conto che quello è il riflesso dell’Ostia nelle mie pupille e pertanto essi, in realtà, vedono Gesù. Anche durante la scena della Crocifissione, mentre io pregavo ininterrottamente, il sacerdote era presente con il SS Sacramento nelle sue mani.

La sfida più grande per me, in questo film, non è stato, come all’inizio avevo pensato, l’imparare a memoria i testi in latino, aramaico e ebraico, ma piuttosto le fatiche fisiche cui dovetti far fronte. Nell’ultima scena, per esempio, quando fui inchiodato sulla croce, avevo una spalla lussata che usciva ogni volta. Durante la flagellazione fui colpito due volte dalla sferza e ne risultò una ferita sulla schiena lunga 14 centimetri, inoltre mi presi un’infiammazione ai polmoni che si riempirono di liquido. Oltre a ciò bisogna calcolare la cronica mancanza di sonno: per mesi mi dovetti svegliare alle tre del mattino per il trucco che richiedeva almeno otto ore. Un’altra sfida fu anche rappresentata dal freddo che, soprattutto durante la crocifissione, mi fece quasi venir meno; ero vestito solo con una sottile veste di lino e la temperatura esterna era di appena qualche grado sopra lo zero. Quando girammo l’ultima ripresa c’era una fitta coltre di nuvole e un fulmine colpì la croce dove io ero legato. All’improvviso tutto fu silenzio intorno a me e io sentii i miei capelli rizzarsi sul capo. Circa 250 persone che stavano intorno a me videro come il mio corpo all’improvviso emanò luce e videro un fuoco alla destra e alla sinistra della mia testa. Parecchi, a questa vista, subirono uno schock.

So che “La Passione di Cristo” è un film straordinariamente grande sull’amore, forse uno dei più grandi.

Mai come oggi la figura di Cristo è motivo di controversie. Il creato è oggi minacciato da tanti fattori eppure la fede in Gesù è la fonte della felicità.

Penso che Dio, in questo nostro tempo, ci chiami in modo particolare e che noi perciò dobbiamo dare una risposta nel nostro cuore e con la nostra vita.

 

L’intervista con Jim Caviezel è stata realizzata da Christian Stelzer ed è stata pubblicata nel numero di marzo 2010 della rivista “Oasi della pace”, pubblicata a Vienna. http://www.oasedesfriedens.at Traduzione: Anna Maria Spinetti